di Claudio GentiliIl Sole 24 Ore del 01.06.2012

Governatore Visco, buona la prima. Zero retorica, zero parole ad effetto per catturare un titolo, zero invasioni di campo, zero volontà di impropria “supplenza”, zero politica, zero sconti a chicchessia. Nella stagione in cui un solo numero, lo spread, fa tremare non solo l’Italia ma l’intera Europa di ora in ora, stare coi piedi ben piantati a terra è un esercizio indispensabile.

Pochi messaggi chiari ma precisi, da parte di chi guida la Banca d’Italia, funzionano oggi meglio di lunghi discorsi sistemici in cui si finisce per invocare un particolare tipo di (gattopardesco) riformismo. Quello senza tempo, sempre uguale a se stesso e dunque immobile nella sua pensosa e corrucciata impraticabilità.

Di tempo a disposizione ne è rimasto invece pochissimo. Per fare che cosa Ignazio Visco, da pochi mesi al timone della banca centrale italiana, lo ha detto senza nascondersi dietro un dito. Prima di tutto tocca all’Europa. Se questa fosse uno Stato federale, se insomma fossimo gli Stati Uniti d’Europa, potremmo cavarcela senza troppi problemi. Ma non lo siamo perché manca un’unione politica, il che a sua volta rende alla lunga insostenibile l’unione monetaria.

Serve un “cambio di passo”. Subito, se per cominciare vogliamo spezzare la catena della crisi da debiti sovrani, per la quale i Paesi in difficoltà (vedi l’Italia) fanno progressi nel risanamento finanziario ma gli spread non ne tengono conto e finiscono per alimentare nuovi squilibri. Una partita segnata, dove a vincere saranno sempre i crescenti differenziali di rendimento dei titoli pubblici. Non a caso ieri il premier Mario Monti ha spiegato che il nostro Paese è «ancora minacciato da enormi possibilità di contagio».

Sono insomma l’Europa nel suo insieme e la Germania in particolare a dover accelerare la ricerca dell’anti-virus.
Due le contromisure che possono essere prese. La prima: intervenire direttamente con un fondo europeo a sostegno delle banche. La seconda: creare un altro fondo europeo a garanzia e assicurazione comuni per le crisi bancarie in modo da prevenire il panico dei risparmiatori. Gli irrinunciabili, sia chiaro, eurobond verranno, forse, un giorno lontano. Intanto, vanno tamponate le emorragie. Nelle stesse ore, parlando al Parlamento europeo, il presidente della Bce Mario Draghi rilanciava l’idea di un’unione bancaria con una garanzia dei depositi a livello continentale. Non c’è più tempo da perdere, ha aggiunto, e la Bce non può sostituirsi ai governi.

Ma tutto questo non significa che l’Italia possa solo attendere le scelte dell’Europa. I compiti non sono finiti e Visco lo ha detto con nettezza. Siamo in recessione, chiuderemo il 2012, se va bene, con una flessione del Prodotto interno lordo (Pil) intorno all’1,5% e dovremmo agganciare la ripresa nel 2013. Abbiamo bisogno di conti pubblici in ordine e insieme di riattivare la crescita: l’Italia non può fermarsi su nessuno dei due fronti.

Il Governatore ha spiegato che il «percorso non sarà breve» e che questo passaggio «impone costi a tutti». Un punto è chiaro: se è vero che l’intervento del Governo ha avuto come giuste priorità la messa in sicurezza del bilancio pubblico e l’avvio delle cosiddette «riforme strutturali», è altrettanto un fatto che la pressione fiscale ha raggiunto livelli incompatibili con la prospettiva della crescita. Insomma (ecco un segnale preciso rivolto al Governo) l’inasprimento fiscale «non può che essere temporaneo» e la sfida si sposta su altri terreni, primi fra tutti quelli del recupero dell’evasione fiscale e dei tagli della spesa pubblica senza dimenticare, per ridurre il debito, la dismissione di attività in mano pubblica. Una proposta lineare su cui non si può che essere d’accordo.

Zero sconti, con annesso invito a ciascuno di fare bene il proprio mestiere, anche per banche ed imprese. Le prime, diciamo così, sono state sì prosciolte dall’accusa di essere «disattente alle esigenze dell’economia» reale ma sono state richiamate, anche loro, a un cambio di passo. E che passo. Devono ripensare la «capacità di offerta», attrezzarsi all’idea (messaggio agli azionisti bancari) che «si impongono profitti più bassi ma più stabili», contenere i costi operativi e le remunerazioni degli amministratori e dell’alta dirigenza. Non basta. Alle aggregazioni tra banche, ha detto il Governatore, non hanno fatto seguito il necessario dimagrimento dell’articolazione societaria dei gruppi e la riduzione delle poltrone. I primi 10 gruppi contano in tutto 1.136 cariche (oltre 700 per le sole banche controllate) al netto delle società estere. Assetti costosi e non giustificati, a giudizio di Bankitalia.

Quanto alle imprese, per molte aziende le difficoltà di accesso al credito dipendono anche da strutture finanziarie non equilibrate, con livelli di debito eccessivi, bassa patrimonializzazione e stretta dipendenza dal credito bancario. Per finanziare l’innovazione bisogna invece puntare sul capitale di rischio. Ma devono cambiare anche i rapporti con le banche: in Italia, ha spiegato Visco, il 38% dei prestiti alle imprese non supera i 12 mesi di durata contro il 18% in Germania e in Francia e il 24% nella media dell’eurozona. E più debito a breve termine significa più alti rischi di rifinanziamento e orizzonte temporale degli investimenti più ristretto. Anche in questo caso non si può che essere d’accordo.

A ciascuno il suo mestiere in tempi in cui non c’è più tempo. Con le prime “Considerazioni finali” Ignazio Visco, il suo, l’ha fatto bene.

Fonte: Il Sole 24 Ore