Lettera dell’on. Mariastella Gelmini al direttore – Libero del 03.08.2012

Caro direttore,

Il dramma dell’ILVA di Taranto mi ha fatto pensare alla dolorosa contraddizione, al rischio di corto circuito perenne nel quale il nostro Paese si è aggrovigliato, incapace come sembra essere di compiere delle scelte chiare, ragionevoli, oneste, di accettare fino in fondo lo sviluppo e il peso della modernità, di uscire dalla trappola velenosa dell’ambientalismo esasperato, dell’ecologismo coatto, che nulla hanno a che fare col doveroso rispetto della salute. Il dramma dell’Ilva di Taranto mi fa pensare al ruolo innaturale di una magistratura che sceglie, e ne ha il potere, di paralizzare una città e di pregiudicarne la sopravvivenza stessa , ma anche alla contraddizione apparentemente insanabile che anima noi italiani, capaci di manifestare il lunedì cos’è violentemente contro un’azienda da giustificare l’azione del magistrato, capaci il martedì di manifestare disperatamente perché quella fabbrica è stata bloccata nelle sue parti vitali.

Il dramma dell’Ilva di Taranto mi fa pensare allo strapotere e all’impunità di una sinistra populista e parolaia che per anni ha fomentato la polemica del mondo ideale e bucolico liberato dall’industria, e oggi si propone a mediatore senza la minima autocritica, a un sindacato pieno di tentazioni massimaliste oggi costretto a una precipitosa marcia indietro e alle contestazione dei violenti, ma anche al pericolo dell’affermazione e del consenso di movimenti antimoderni, parolai e forcaioli. Per una che ha provato a fare da ministro della Pubblica Istruzione una riforma che tagliasse gli sprechi, premiasse il merito, rintuzzasse il sessantottismo, e per questo ha subito attacchi inverecondi, è la prova che nel nostro Paese o la smettiamo di fare il gioco sporco, con una gigantesca assunzione di responsabilità civile, direi patriottica, o nessun appello di buona volontà fermerà il declino.

Tantomeno sarà stato utile sparare sulla casta alzo zero, perché qui, fatti salvi gli errori che si commettono e i privilegi da eliminare, sembra proprio che governare sia impresa impossibile. Questa considerazione non esime nessuno dall’obbligo di governare al meglio, di esercitare la leadership anche a costo dell’impopolarità, di non cedere all’ansia di consenso facile e immediato. È solo una osservazione sulla facilità di criticare, sulla difficoltà di gestire, che spero serva a tutti nel futuro, proprio come la vicenda esemplare dell’Ilva.

A Taranto il re è nudo, pone a noi tutti interrogativi molto seri. Rischia la chiusura uno stabilimento storico, uno degli ultimi capisaldi dell’industria di base, già di mano pubblica poi dismesso ai privati, sicuramente uno dei pochi presidi industriali del Mezzogiorno, ma fondamentale per l’intero Paese. Si può dire che l’intera città vive sulla fabbrica che è una delle ultime grandi acciaierie sopravvissute in Europa. Naturalmente lavoro e salute non possono essere in alternativa tra di loro. Ma per quale ragione la risposta a un problema di salute deve toccare il lavoro? E perché i pm che hanno disposto la chiusura delle aree a caldo dell’Ilva e l’arresto di alcuni dirigenti, non hanno tenuto conto dei miglioramenti apportati ai cicli produttivi negli ultimi anni? Davvero è una soluzione cedere all’ambientalismo e fare per Taranto come già è stato fatto per l’intera industria siderurgica e chimica, per il nucleare, con la conseguenza di renderci più poveri, precari, dipendenti da altre nazioni?

Oggi quello stesso atteggiamento incoerente conosce nuovo successo e purtroppo consenso popolare, si tratti di Tav o di termovalorizzatori e inceneritori. Incrostazioni ideologiche e paure millenarie vengono agitate impunemente, quasi che oggi si morisse di malaria o di spagnola, perfino di fame, come accadeva fino a pochi decenni fa, quasi che l’aspettativa di vita non continuasse ad aumentare. Incrostazioni ideologiche e patenti bugie sono quelle del governatore della Puglia, Niki Vendola, che fino a ieri aizzava la magistratura contro il profitto e i padroni cattivi, addirittura voleva costituirsi parte civile all’eventuale processo, oggi vuol fare il mediatore tra proprietà e lavoratori. Davvero non ne ha le credenziali, né lui né il suo partito, Sel, che governa anche la città di Taranto, né i suoi alleati della speranza.