Anoressia, bulimia e disordini alimentari. L’esperienza sul campo della psicoterapeuta Elisabetta Spinelli, che coinvolge i genitori per aiutare i figli.

Teenage skinny girl with anorexia on water diet

Sono 25 anni che la dottoressa Elisabetta Spinelli, psichiatra, psicoterapeuta esperta in disturbi del comportamento alimentare e dipendenze varie, si occupa del disagio degli adolescenti, organizzando anche gruppi con i loro genitori. In pensione da un anno, è stata in prima linea presso la Asl RmD, che abbraccia una zona molto popolare della Capitale, da Monteverde a Ostia, dalla Magliana, al Corviale. Un lavoro duro e impegnativo, perchè solo da poco tempo i disturbi alimentari vengono considerati un problema grave, un male oscuro spesso sommerso, diffusissimo tra le ragazze giovani. La seconda causa di morte tra gli adolescenti.

Dottoressa, a quale età si manifestano queste patologie?

«Sempre più presto, purtroppo. Prima iniziavano intorno ai 13-14 anni, ora a 11-12 anni, a volte anche prima. E poi possono cronicizzarsi fino all’età adulta. E’ un problema enorme e nasce da un disagio psicologico, spesso ignorato».

C’è un collegamento tra queste patologie e altre problematiche degli adolescenti?

I disturbi alimentari sono forme di dipendenze patologiche come la droga, i video giochi, ecc. A volte queste dipendenze si associano. E sono proprio i casi più gravi, per esempio quando le droghe sono usate come anoressanti o quando la bulimia di cibo si associa a quella di oggetti, relazioni, come ad esempio lo shopping compulsivo; come se ci fosse un vuoto, una voragine che non si riesce a colmare.

L’adolescenza è l’età del disagio per eccellenza. Perché?

L’adolescenza è una transizione molto delicata, si abbandonano i punti di riferimento familiari alla ricerca di nuove identità in una dimensione di profonda solitudine. Il risveglio del corpo, i suoi cambiamenti creano un senso di grande disagio. In una società svuotata di ideali si tende a rifugiarsi in pseudo-identità legate all’ideale del corpo perfetto e performante. Bauman, un grande sociologo del nostro tempo, parla di società e adolescenza liquida dove tutto sembra possibile, fatta di legami e scelte labili.

Diventa più difficile anche per i genitori? 

Si, anche i genitori sono presi da questa sorta di fascinazione del mito dell’adolescente che può tutto, tutti desiderano rivivere l’adolescenza attraverso i propri figli. Diventano incapaci di dire di no e rischiano di diventare ostaggio dei propri figli, dei loro capricci.

Che cos’è l’anoressia?

E’ una risposta rigida al disagio della pubertà. In cui il sintomo diventa una sorta di protezione, nella ritualità del sintomo e la soddisfazione patologica che se ne trae. Digiunare può diventare una droga, come anche ingoiare quantità esagerate di cibo. L’anoressia può essere esaltante come la cocaina, si ha la sensazione di controllare completamente cibo e immagine del corpo. Inoltre, si crea una sorta di isolamento dal resto del mondo.

In che modo la famiglia è determinante?

I genitori sono in prima linea, però si trovano improvvisamente con un problema enorme da affrontare che li può far sentire impotenti e confusamente colpevoli. E terribilmente soli. E’ difficile trovare qualcuno a cui rivolgersi, le indicazioni sono poche e poco chiare. Si sentono delle storie veramente dolorose. Si può reagire o con la fuga dal problema o con un’ansia eccessiva, un atteggiamento di iper-controllo fallimentare.

Per questo coinvolgere i genitori è prioritario e determinante. Soprattutto quando il figlio non accetta subito di farsi aiutare, anzi respinge l’idea di aver bisogno di cure

Si certamente, si tratta di capire e accettare che il problema è molto complesso e che non si risolve in poche battute. E’ una lunga battaglia in cui bisogna usare al meglio le risorse di tutti. Per questo ci sono molte forme di terapia per coinvolgere anche i genitori nel percorso terapeutico. Però un gruppo di genitori mi è sembrato un punto di partenza importante, una pratica di grande aiuto.

Come funziona?

I genitori vengono da soli o in coppia. Prima di tutto serve a sentirsi meno soli, insieme ad altri che hanno già superato quell’esperienza, serve a contenere l’angoscia e i sensi di colpa così è più facile mettersi in gioco cercando di capire certe dinamiche disfunzionali della coppia o della famiglia.

Quale famiglia più facilmente può generare questo disagio?

Ogni famiglia può avere qualche problema, il punto è accettare che non si è infallibili, che si può sbagliare, che una famiglia non può essere perfetta, che quello del genitore è un mestiere difficile.

La scuola che può fare?

Purtroppo la scuola non riesce ad avere un ruolo molto incisivo, specie alle superiori dove la presenza e collaborazione tra genitori e insegnanti diventa minima. Gli insegnanti si sentono sul banco degli imputati con un ruolo sempre più svalorizzato. In un mondo in cui sono caduti gli ideali di autorità tradizionali c’è l’opportunità-necessità di ri-inventare un proprio ruolo autentico di educatori. 

C’è un ruolo degli operatori del campo per la prevenzione nella scuola?

Creare delle occasioni di dibattito con degli ‘esperti’ che abbiano l’umiltà di ascoltare, può essere molto utile. E’ importante anche la possibilità di creare degli sportelli di ascolto per intercettare il disagio nel momento in cui si manifesta.

I genitori che frequentano i suoi gruppi sono fortemente disorientati?

Certamente. Si arriva ai comportamenti più assurdi come nascondere il cibo o comprare i cibi più speciali. Però l’ansia non aiuta anzi deresponsabilizza i ragazzi. L’insistenza del voler nutrire può creare solo resistenza e rifiuto. Massimo Recalcati ci ricorda sempre che l’unica trasmissione possibile da parte di genitori ed educatori è la trasmissione di un desiderio. Il desiderio è contagioso. Avere delle passioni è contagioso. E’ l’unico nutrimento che può dare un genitore, con il proprio esempio.

Intervista di Giulia Caracciolo