Buon 8 marzo a tutte noi

Eccoci. È la festa delle donne e puntuali arrivano come ogni anno, oltre alle mimose, le classifiche. Possiamo consolarci: andando avanti di questo passo nella riduzione delle disparità di genere (o per dirla in modo più moderno del gender gap) impiegheremmo circa 108 anni per raggiungere una effettiva parità. Sì perché miglioramenti ci sono stati, solo che una lumaca è molto più rapida. Secondo la Banca Mondiale ci sono oggi nel mondo 2,7 miliardi di donne ‘legalmente svantaggiate’. Legalmente: cioè destinate ad una posizione minoritaria per effetto, non di usi e costumi comunque deprecabili, ma di leggi degli Stati. Non c’è da meravigliarsi: basti pensare che nella civilissima Italia alcune professioni erano vietate alle donne: fino al 1963, ad esempio, le donne non potevano entrare in magistratura. E oggi? Beh, c’è poco da stare allegri. L’Italia è al 70esimo posto nel mondo e agli ultimi posti in Europa sulla parità di genere (peggio di noi nel nostro continente solo Grecia e Malta). Sul lavoro per esempio non c’è solo il problema del gap occupazionale (siamo al penultimo posto in Europa per donne lavoratrici in rapporto agli uomini, peggio di noi solo Malta, secondo Eurostat): c’è anche il gap retributivo. Cioè quando lavoriamo, veniamo mediamente pagate meno e avremo una pensione più bassa (e figuriamoci se questo governo, al 75% composto da uomini, ci pensa…). Diciamoci la verità: non abbiamo bisogno di statistiche. Basta guardarci intorno. Le donne sono diventate la maggioranza in magistratura eppure ai vertici ci sono soprattutto magistrati uomini con proporzioni imbarazzanti. Le donne sono cresciute – in Italia come nel mondo – nelle assemblee parlamentari, ma sono l’unica donna alla Camera dei Deputati a parlare da capogruppo. Sono entrate – anche per obblighi di legge – nei consigli di amministrazione, ma gli amministratori delegati sono tre volte noi. Su 82 rettori delle Università italiane soltanto 6 sono donne. Per non dire di quante poche donne ricoprano comunque i ruoli apicali nelle aziende. In compenso – si fa per dire – calano gli omicidi, ma aumentano i femminicidi, le violenze sessuali, gli episodi di stalking. Dobbiamo arrenderci? Certo che no! Non è cosa da donne. Solo che non dobbiamo accontentarci delle mimose: c’è prima di tutto da vincere una sfida culturale nel far comprendere che un Paese con una effettiva parità, nei diritti come nel lavoro, è un Paese in cui si vive meglio ed in cui anche l’economia va meglio. Ognuno deve fare la sua parte. Io per esempio sul tema dei tempi vita-lavoro, come sul divario occupazionale, ho presentato una proposta di legge che prova a sciogliere molti dei nodi che rendono difficile per una donna la conciliazione dei tempi vita-lavoro e l’assunzione di donne da parte delle aziende. Le mie colleghe, Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo e Giusi Bartolozzi sono al lavoro per la nostra proposta per la corsia preferenziale per i reati di stalking, in sintonia con la proposta sul cosiddetto Codice Rosso portata avanti da Giulia Bongiorno. Tutto questo è sufficiente? Ovviamente no. Serve uno sforzo corale delle donne e degli uomini di buona volontà. Cui va detto che le mimose sono gradite, ma non bastano. Buon 8 marzo a tutte le donne!