Di Mariastella Gelmini – Da Il Tempo


Roma, 13 ott. 2013: In questo periodo molti invocano la stabilità per risolvere i problemi del Paese, ma noi siamo stati i primi a credere e a volere il governo Letta, immaginando le larghe intese come strumento per fronteggiare e battere la crisi, ma anche come un tratto di strada per costruire quella reciproca legittimazione che ancora manca alla politica italiana e che è il fondamento della stabilità.

Invece abbiamo avuto prima i mal di pancia degli orfani di Bersani poi la gestione scellerata della decadenza di Berlusconi divenuta il vero obiettivo della sinistra. Si parla dunque della stabilità del governo, ma, pur avendo da poco confermato, dopo un lungo travaglio, la fiducia a Letta, non possiamo morire di stabilità.

Il tentativo di narcotizzare l’alleanza, di nascondere le profonde divisioni è fin qui riuscito assai di più per il nostro senso di responsabilità e per la generosità di Silvio Berlusconi che non per le azioni di un esecutivo che ha impiegato troppo tempo per bloccare l’IMU e ha finito per aumentare l’IVA contro di noi: le due principali condizioni da noi poste per le larghe intese… A proposito di lealtà, responsabilità e stabilità.

La verità è che Letta fa i conti con la babele politica di un Pd pre-congressuale, dove perfino Renzi, a caccia di voti, strizza l’occhio al massimalismo e lascia scaricare su di noi la predisposizione al livore politico che è un tratto fondante della cultura di sinistra. La questione giustizia lo conferma: nonostante la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, nonostante i report dei mercati, la riforma della giustizia secondo il Pd riguarda solo Silvio Berlusconi. Perfino sull’abolizione del finanziamento pubblico il punto è diventato non risparmiare denaro pubblico ma impedire a Berlusconi di finanziare il partito. E così su ogni tema il punto non è salvare l’Italia ma colpire Berlusconi.

La stabilità è dunque un bene prezioso se si accompagna alla decisione e all’azione e il vero banco di prova per il governo sarà, dopo l’errore sull’IVa, la legge di stabilità. Il provvedimento che deve segnare un cambio di passo con una forte spending review, con l’applicazione dei costi standard e finalmente una politica di minor pressione fiscale senza ricorrere ai soliti rinvii o all’ennesimo aumento della benzina.

Mentre la nostra rappresentanza al governo è impegnata in un confronto inevitabilmente duro e difficile con chi ha deciso la fine politica di Berlusconi e ne ha archiviato il ventennio (sbagliando, ne sono certa, per l’ennesima volta) sui temi dell’economia, Berlusconi e i nostri elettori hanno bisogno di un partito forte capace di esprimere un pensiero forte sulla giustizia, l’Europa, le tasse, l’immigrazione, leale verso il governo, ma non appiattito su posizioni filogovernative. Un partito che prepari soprattutto il futuro, sviluppando un grande progetto di mobilitazione, di coinvolgimento sul territorio degli iscritti, ma anche capace di nuove energie e nuove risorse. Bene ha fatto ieri Alfano a richiamare i temi del merito e del talento per selezionare la nostra classe dirigente, ma occorre declinare questi concetti in modo concreto aprendo oggi un confronto democratico nel partito senza attendere primarie che eventualmente serviranno solo al momento delle elezioni se Berlusconi non sarà in campo. Oggi il tema delle primarie rischia di apparire fuori tempo, la soluzione ai nostri problemi è l’azzeramento delle cariche per ritrovare l’unità attorno al presidente Berlusconi, che in quanto vittima di un attacco giudiziario senza precedenti non può essere privato proprio oggi del ruolo di leader del suo partito, ma anzi deve poter contare su una classe dirigente laboriosa e messa nelle condizioni di poter dare un contributo concreto senza ostacoli e chiusure.

Chi è al governo governi, il partito nel frattempo costruisca con Berlusconi il futuro del centrodestra. Dobbiamo infatti prepararci a vincere ancora: anche perché il ruolo e la funzione del partito non si esauriscono nel preservare le larghe intese, ma nel ridisegnare il centrodestra di domani con la Lega al Nord, con Fratelli d’Italia e le formazioni che ne condivideranno il percorso.

Se si abolisce l’Imu, si abbassa il costo del lavoro, si approvano le riforme costituzionali è giusto proseguire l’esperienza Letta, ma fermarci all’oggi sarebbe miope. L’identità, i valori e il programma del centrodestra sono e devono rimanere alternativi al pensiero della sinistra e devono trovare nel partito un luogo in cui crescere per convincere. Per questo serve un partito aperto, meritocratico, capace di coraggio e con voglia di futuro.