Di Beppe Severgnini – Da Il Corriere della Sera

Perché non c’è un vero ministero del Turismo? Occasioni mancate Prezzi eccessivi, sciatterie e pessima promozione: così in 40 anni siamo passati dal primo al quinto posto nella classifica mondiale.

Roma, 11 ago. 2013: Dovremmo mettere un cartello alle frontiere: SONO SEVERAMENTE VIETATI I COMPLIMENTI. Perché gli stranieri che magnificano le nostre fortune turistiche ci ricordano inevitabilmente le spettacolari occasioni mancate. Ieri il New York Times è rimasto ammaliato da Lecce: «Una città per santi ed edonisti», una piccola «Firenze del Sud», n Financial Times, mostrando di distinguere tra le nostre grettezze politiche e i nostri slanci civili, ha suggerito il turismo etico in Sicilia, nelle proprietà confiscate alla mafia. Pezzi e suggerimenti così, nella grande stampa internazionale, si sprecano. Televisioni e siti mostrano mare blu e statue bianche contro l’azzurro del cielo: spesso si tratta del nostro mare e del nostro cielo. La breve estate del Nord si spegne, la bella estate del Sud s’accende per il gran finale. E a nord delle Alpi fremono, con il bagaglio in mano. Per tutto questo noi ringraziamo distrattamente, come una bella donna abituata ai complimenti. Ma gli ammiratori vanno gratificati in qualche modo: altrimenti si stancano.

Noi, no. Noi preferiamo guardarci allo specchio e parlarci addosso, ripetendo le stesse frasi consolanti e inutili. Non c’è governo, ministro, governatore, sindaco o assessore che non ricordi «le enormi potenzialità del turismo»; sono molto pochi i governi, i ministri, i governatori, i sindaci e gli assessori in grado di passare dalle parole ai fatti. L’elenco degli errori è talmente variopinto da diventare affascinante. Prezzi eccessivi (quei traghetti per la Sardegna!); spettacolari sciatterie (Pompei!); pessima promozione (vogliamo parlare della storia di www.italia.it?); progetti velleitari (povera Alitalia, cosa ti hanno fatto); costose, strepitose inefficienze (ma cosa occorre per abolire l’Enit, come tante volte promesso? L’apocalisse?) Il ministero del Turismo – che dovrebbe essere tra i primi cinque in ordine di importanza – è sempre stato considerato un premio di consolazione: anche dai governi più recenti. Il governo Monti l’ha affidato a un simpatico signore ultrasettantenne, esperto di idrocarburi e banche; il governo Letta l’ha accorpato al ministero della Cultura. Un errore, perché cultura e turismo hanno punti in comune: ma non sono la stessa cosa. La novità qua! è? Che sono finiti i soldi, e qualcuno sta cercando di farsi venire idee. Albert Einstein – come sottosegretario al Turismo avrebbe fatto faville – ha scritto: «È nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie». In effetti, qualcosa s’è mosso, il governo in carica non s’è limitato a ripetere la solita litania – «Cultura e turismo sono il nostro petrolio!», e via auspicando – ma ha licenziato un «Decreto Valore Cultura» (sic) che – come ha scritto Paolo Conti sul Corriere – appare quasi eccezionale, nel panorama italiano, «perché tenta paradossalmente di normalizzare tante emergenze: Pompei, il cinema, la lirica, l’occupazione giovanile». Resta un fatto: il turismo è un’industria sofisticata, e ha bisogno di un trattamento specialistico. Altrimenti continueremo ad arretrare nelle classifiche internazionali.

Nel 1970 eravamo il primo Paese al mondo per numero di turisti stranieri; da anni siamo scivolati al quinto posto, dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina E siamo solo 26esimi nella classifica della competitivita del settore, diffusa da The World Economie Forum, che ci ricorda come il turismo oggi muova il 9% del Pil mondiale (circa 6 trilioni di dollari) e 120 milioni di posti di lavoro diretti, più altrettanti in settori correlati. È stupefacente che in Italia non esista un ministero dedicato, e il turismo sia appaltato sostanzialmente alle Regioni, dov’è servito a molte cose: agenda dei sogni, esperimenti, fiera delle vanità, agenzia di viaggi per dirigenti. Ma non a promuovere efficacemente il turismo, creare una politica nazionale dei prezzi, coordinare gli sforzi locali, sganciarsi dalla costosa dittatura dei portali di viaggi (Tripadvisor, Expedia, Booking.com, Trivago, Priceline etc). Sappiamo vendere Roma, Venezia e Firenze perché si vendono da sole. Per il resto, lasciamo a desiderare, nel senso letterale del termine: i turisti desiderano, e noi li lasciamo lì, senza dargli ciò che vogliono. Ripetiamolo, a costo di essere banali. Abbiamo città irripetibili: ogni straniero che visita Siracusa non si capacita di non trovarvi orde di turisti e congressisti nordeuropei, con gli occhi lucidi e il portafoglio in mano. Abbiamo sbalorditive città sul mare caldo: Genova, Trieste, Bari, Cagliari e Palermo, in Europa, se le sognano. Abbiamo monti splendidi e valli accoglienti: forse esistono, sul continente, luoghi di montagna belli come l’Alta Badia (non sono sicuro);  ma non si mangia certo allo stesso modo, e la gente non è altrettanto cordiale. Abbiamo un mare mozzafiato, alla giusta distanza dai possibili clienti: la Sardegna è il più grande segreto turistico d’Europa, se paragoniamo superficie e presenze (conoscete il litorale di Aglientu, Gallura? Andateci, poi mi dite). Ma queste cose, ripeto, diciamocele tra noi. Per gli stranieri, la regola è una sola: non fateci complimenti, che ci sale la malinconia.