Consigli di un ex ministro per disboscare rendite, sprechi e tasse inique

di Mariastella GelminiIl Foglio del 24.04.2012

Una buona riforma fiscale, equa e in funzione della nostra crescita, presuppone certo lotta all’evasione fiscale e recupero del “sommerso”, destinando però quel recupero, dovuto all’Erario, alla riduzione del carico fiscale: sbloccheremmo così proprio le risorse necessarie al rilancio dell’economia. In altre parole: bisogna restituire ai contribuenti, sotto forma di una progressiva riduzione del carico dell’imposizione diretta, quanto recuperato dalla lotta all’evasione. Soprattutto perché è tempo che lo Stato ai faccia virtuoso, cominciando a fare seri conti con le sue inefficienze, e a non far più pagare ai soli cittadini i suoi sprechi. Non dimentichiamo infatti che il settore pubblico, oggi, offre servizi di bassa qualità ad un costo elevato. E per fare un solo esempio: il costo dell’intermediazione dei 140 miliardi di contributi annui alle imprese, in alcuni comparti, raggiungerebbe il 26%.

Il disegno di legge del Governo sulla delega fiscale prevedeva giustamente quindi, nella sua formulazione iniziale, all’art. 5, che le risorse derivanti dalla lotta all’evasione confluissero in un Fondo destinato a finanziare sgravi fiscali. Una buona soluzione, anche se certo sarebbe stato meglio rendere automatico e sicuro questo meccanismo di destinazione, evitando il rischio che  il tesoretto finisse magari mangiato da esigenze contingenti, di far cassa, del momento. Ma nella versione finale del ddl., uscita dal Consiglio dei Ministri, il Fondo è scomparso.

Non è accettabile. Un nuovo Patto fiscale deve essere costruito su due coordinate: da un lato l’assunzione di un impegno a indirizzare il ricavato dalla lotta all’evasione nella riduzione della pressione fiscale, soprattutto nei confronti dei più tartassati, ovvero  quel popolo delle partite Iva che oggi soffre più di ogni altro la crescita della pressione fiscale. E questa decisione alimenterebbe un circolo virtuoso di comportamenti fiscalmente corretti rendendo tangibile la possibilità che, pagando tutti,  ciascuno paghi effettivamente un po’ di meno. Dall’altro lato, il Patto impone: che lo Stato paghi i suoi debiti con la stessa puntualità ed esecutività che pretende dai cittadini in materia fiscale; che  la spesa improduttiva, statale e locale, venga ridotta. E si misuri dunque con una seria ed accurata spending review che tosi finalmente la pecora degli 800 miliardi di spesa pubblica. Una riduzione realizzata, ad oggi, solo per Regioni e Comuni, con i costi standard del federalismo fiscale, mentre niente di concreto si è ancora visto in ambito statale. Una spending review che rischia fin qui di essere un’Araba Fenice. Non può e non deve succedere: al maggiore rigore nella lotta all’evasione deve ora corrispondere un nuovo rigore sul fronte anche della spesa pubblica statale, per dare la certezza che le nuove risorse che si renderanno disponibili non verranno sprecate. Il Governo Berlusconi aveva ad esempio presentato, assieme alla delega fiscale, una delega per la riorganizzazione del comparto assistenziale, per combattere sprechi e inefficienze più volte denunciati, e da più parti, in questo settore.  L’intento era e deve ancora essere, in particolare,quello di superare le attuali sovrapposizioni nonché duplicazioni di servizi e prestazioni, avendo per traguardo l’efficienza, soprattutto grazie all’eliminazione di  sistemi concorrenti tra loro, sia sul piano finanziario,  sia  su quello della titolarità istituzionale. Il quadro della spesa per il Welfare risulta, infatti, ancora troppo frammentato in una molteplicità di attori che gestiscono quote diverse di risorse. Una parte di queste, quella principale, è gestita dal Servizio Sanitario Nazionale (1.686 euro pro capite). Un’altra parte,  cospicua, è costituita da trasferimenti socio-assistenziali dall’INPS alle famiglie (614 euro pro capite) per il sostegno alla non autosufficienza, una terza parte (esigua, 91 euro pro capite) è la spesa socio-assistenziale gestita per lo più dai Comuni. Il sistema socio-sanitario qui descritto risulta anche istituzionalmente molto frammentato: sprovvisto cioè di un livello di governo che riporti ad una dimensione  unitaria gli interventi sul singolo utente o sulla singola famiglia. La delega consente quindi una ricomposizione del quadro finanziario e istituzionale, un suo allineamento per fare sì che i servizi socio-sanitari possano integrarsi con  i servizi del welfare. Riprendere quella delega, e calibrarne accuratamente i risparmi che potrebbe produrre:questo il primo atto di una seria spending review che naturalmente non dimentichi, più in generale, gli attuali meccanismi di spesa e di approvvigionamento dei beni da parte dello Stato. Che promuova una adeguata sussidiarietà tagliando le unghie al servizio pubblico (si cominci dalla Rai: che costa 2 mld di Eu annui tra canone e deficit), laddove non sia strettamente necessario e proceda-promuova accorpamenti, come io stessa avevo cominciato a fare tagliando le troppo spesso inutili sedi decentrate di corsi e facoltà universitarie. Si prosegua con ospedali, penitenziari, tribunali. E non dimentichiamo il tema delle privatizzazioni e delle dismissioni di beni pubblici valutati tra i 700 e gli 800 miliardi di Eu (il solo patrimonio immobiliare è valutato attorno ai 400 mld di Eu). Naturalmente – e in cima alla lista del buon esempio – i costi della politica, con più coraggio di quanto finora mostrato. Bisogna disboscare insomma.

Fonte: Il Foglio