Di Massimo Franco – Da Il Corriere della Sera

Senz’altro un « nuovo inizio»: forse più di quanto Enrico Letta pensi e sia disposto ad ammettere.

Non c’è solo una maggioranza di governo emancipata dall’ipoteca di Silvio Berlusconi dentro il Parlamento. Incombe anche l’Italia che sta fuori: l’elettorato che ha votato per Matteo Renzi segretario del Pd, assecondando un cambio radicale nel partito e nell’agenda del governo, e le piazze ostaggio della protesta dei « forconi» e di chi, Beppe Grillo e dietro di lui Forza Italia, soffia in modo strumentale sul malcontento. Anche per questo, forse, il presidente del Consiglio ha scelto un profilo basso. Ed ha evitato accuratamente attriti con Renzi, schierando la coalizione su una continuità orgo ghosa: una trincea che difende gli obiettivi di fondo, ma può rivelarsi scomoda e precaria per lo scarto tra tempi dell’emergenza e delle decisioni. La lista delle cose da fare sembra soprattutto un inventario di opzioni da ri modulare in corsa col proprio partito, n problema, infatti, non sono le oppo sizioni. Se non altro per il loro profilo aggressivo ed estremistico, gli avversai! finiscono per definire e compattare l’esecutivo. A Letta è facile additare il comportamento becero e potenzialmente eversivo del Movimento 5 Stelle, confermato ieri in Parla mento, così come ribadire che «il rispetto della legalità» non gli permetteva di confondere le prospettive del governo con quelle giudiziarie dì Berlusconi. Lo spartiacque tra una maggioranza attenta a non rinnegare i suoi vincoli europei, per quanto mal sopportati, e i seguaci di un populismo anti-Ue, è netto. I confini che la maggioranza deve presidiare sono piuttosto quelli interni. La periferia ambigua e insidiosa del nuovo inizio corre lungo il rapporto tra premier e segreteria del Pd, e nel triangolo LettaAlfano-Renzi.

La pressione di un Grillo e di un Berlusconi «di lotta» è destinata a puntellare il governo, non a destabilizzarlo. Si tratta invece di capire come Letta riuscirà a onorare il debito di riconoscenza politica nei confronti degli ex del Pdl che hanno rotto col Cavaliere in nome della stabilità. E come, in parallelo, soddisferà un Pd renziano deciso a rivendicare un credito verso Palazzo Chigì. Un nuovo inizio segnato dalla fiducia di ieri in Parlamento sarà dunque una competizione tra due visioni e versioni delle « larghe intese». Quella di Letta ritiene l’alleanza a tempo, ma inevitabile per non far precipitare l’Italia nel caos. L’altra la vuole piegare a sinistra, a costo di logorarla e in attesa di sostituirla entro il 2015. Per evitare che la coabitazione diventi un tiro al bersaglio di Renzi su Palazzo Chigi, il governo dovrà scegliere; e forse rassegnarsi a un passo diverso. Altrimenti, l’ambizione di dare energia a un’Europa «con le pile scariche», nelle parole del premier, suonerà velleitaria. E i populismi potranno presentare la stabilità come un fardello inutile, del quale disfarsi al più presto.