Di Giuliano Noci – Da Il Corriere della Sera

Un anno e mezzo di analisi e annunciate spending review lasciavano immaginare che il governo Letta sarebbe passato dalle parole ai fatti. E invece — come da queste colonne hanno osservato dapprima Angelo Panebianco e più recentemente Alberto Alesina e Francesco Giavazzi — silenzio. E la sensazione è che il lavoro per trasformare la crisi in un’opportunità sia stato buttato e si torni a tartassare cittadini e imprese sul versante fiscale. È un insopportabile paradosso: la macchina pubblica produce debito e disservizi (a volte complicazione-corruzione) e incarica la politica di provvedere, giocandosi il consenso, a gestire quei debiti che la pubblica amministrazione ha prodotto. Infatti, la spesa pubblica del nostro Paese continua ad essere una vera zavorra. Negli ultimi 12 anni è cresciuta in misura enorme — passando da 565 a 805 miliardi di euro — e superando di oltre 40 miliardi l’incremento delle entrate riscontrato nel medesimo orizzonte temporale: siamo andati ben oltre le nostre reali possibilità; nell’ultimo decennio la voce «acquisti di beni e servizi» è aumentata del 60%. Spendiamo male; prendiamo gli aiuti alle imprese: spendiamo meno della Germania ma il risparmio deriva tutto dalle deboli politiche a sostegno del sistema industriale e delle esportazioni, mentre vengono privilegiati i particolarismi, bacino tradizionale di voti e in grado di rappresentare potenti lobby. Anche quando si è puntato nella dirczione giusta (eGovernment) si sono spesi molti soldi senza che i progetti meritevoli venissero adottati come standard nazionale e siamo rimasti sopraffatti da una vecchia logica burocratica che rifiuta il mondo digitale. In questo quadro, serve un nuovo piano industriale della pubblica amministrazione. Non si può più indugiare. Deve essere modificato il perimetro dello Stato; uno Stato che deve svolgere il ruolo di garante e affidare in misura molto maggiore, rispetto ad oggi, l’erogazione dei servizi in outsourcing (come ha fatto il Regno Unito per l’erogazione dei passaporti o la Germania con la sanità). A livello di assetto istituzionale, occorre riorganizzare profondamente il territorio. Accorpamento obbligatorio e perentorio dei Comuni per realizzare economie di scala reali (hanno ancora senso realtà di meno di 30.000 abitanti in un mondo globale e digitale?) ma anche per far giocare al territorio un ruolo di protagonista della ripresa. In questo modo, è possibile ottenere quella scala minima che permette di effettuare investimenti in digitalizzazione e di acquisire competenze manageriali sufficienti a trasformare la pubblica amministrazione in vero soggetto strumentale alla crescita della comunità locale. Devono, in secondo luogo, cambiare profondamente gli spazi di intervento. Destiniamo ancora troppi soldi (sanità, welfare, imprese) a trasferimenti finanziari destinati ai beneficiari, mentre dovremo d’ora in poi impiegarli per l’erogazione di servizi reali. Deve poi cambiare il processo di formazione delle politiche pubbliche: siamo un Paese che non sa (non vuole) scegliere e ha comprato consenso distribuendo prebende irrilevanti a una platea enorme di beneficiari. Mentre dobbiamo concentrare gli sforzi, individuare con chiarezza settori industriali, soggetti economici e individui che ai vari livelli rappresentano target prioritari: in molti casi non basta più l’intervento a pioggia, occorrono veri «temporali», discontinuità di intervento. C’è bisogno di ima svolta che faccia del risparmio virtuoso anche una condizione di sviluppo. C’è bisogno ovviamente di condizioni al contorno coerenti e imprescindibili. Serve, in particolare, una governance diversa del processo di cambiamento; quante volte si è tentato di ridurre la spesa pubblica e/o migliorare i servizi ma nulla si è verificato. In questo senso, la Presidenza del Consiglio deve diventare il baricentro del progetto e deve istituire una sorta di «Commissario straordinario» del cambiamento, che opera al proprio servizio; l’importanza del tema, l’autorevolezza richiesta e la pervasività di impatto è tale che nessun ministero può essere in grado di portare avanti un processo così complesso e nel contempo rilevante. Parliamo del resto del 50% del Pil italiano, che è in grado di incidere pesantemente sul resto dell’economia; ci vuole un potere straordinario che tagli tempi e «il gran mare» delle leggi, come dice Michele Ainis. E punisca severamente chi non applica le direttive in tempi e modi corretti. È, in questo senso, fondamentale varare immediatamente un nuovo statuto dei dipendenti pubblici, una profonda revisione dei poteri dei capiufficio e dei dirigenti in modo da rendere tutti gli ingranaggi della macchina pubblica coerenti con una logica di servizio all’utenza e non il contrario. Insomma, le analisi di questi anni, eccessivamente incentrate su una visione ragionieristica — di revisione della spesa pubblica — rischiano davvero di portarci fuori strada; occorre una spesa pubblica di qualità, ma questa può essere ottenuta non solo spendendo meno ma soprattutto cambiando radicalmente il quadro di funzionamento della «cosa pubblica» italiana. La polìtica conosce ormai il punto più basso della sua immagine, cominci a reagire chiamando i pubblici funzionari alle loro responsabilità e chiedendo al sindacato di ampliare la sua missione dalla difesa degli occupati-privilegiati alla promozione di uno Stato che ricordi la sua missione di servizio ai cittadini e oggi più che mai alla piattaforma della crescita italiana.