Dopo cinque anni di crisi economica, il disagio sociale di individui e famiglie si sta manifestando sotto diverse forme. Alcune coincidono con la protesta politica, altre – estreme – portano all’esclusione dalla società e si esprimono pure con il suicidio. Le statistiche non aiutano a fare chiarezza, e nemmeno certi schemi interpretativi un po’ dozzinali di cui si è letto in questi giorni, dopo l’ultimo caso del suicidio di tre persone a Civitanova Marche. Prendendo a pretesto questo fatto, un’analisi sull’Unità della società demoscopica Techné (“La crisi sociale genera paura e solitudine”) ha chiamato in causa il sociologo Zygmunt Bauman e il filosofo Albert Camus per spiegare come le persone si sentano ormai circondate da un vuoto incolmabile. Ma davvero, nell’Italia della solidarietà mediterranea, la società e la socialità non sono più un riparo sufficiente dalle difficoltà materiali? Franco Ferrarotti, professore emerito di Sociologia alla Sapienza di Roma e autore di “La strage degli innocenti. Note sul genocidio di una generazione” (Armando editore), libro sui rapporti travagliati tra giovani e vecchie generazioni, ritiene che parlare di socialità sia “problematico” perché “l’arcipelago di culture italiano” si regge su due fragili stecchini: “E’ una società che si è industrializzata senza una cultura industriale. Basta pensare – dice al Foglio – al peso che hanno i magistrati quando si improvvisano dirigenti industriali, sebbene rispettabili in quanto tali. Prevale dunque un francescanesimo, un pauperismo, che si traduce in una mancanza di assunzione di responsabilità individuale”. E la famiglia che ruolo ha mantenuto? “Viviamo in una società famigliocentrica che fino a oggi ha sostenuto con i risparmi il precariato della prole. Una società siffatta non può essere pienamente moderna e democratica. La famiglia è certo un grande centro di solidarietà, ma sappiamo cos’è la corruzione massima di questo concetto? E’ la solidarietà famigliare che diventa spirito mafioso, senza una società civile che vada oltre il vincolo biologico e premi la competenza”.

A peggiorare la condizione economica nazionale e ad acuire il senso di impotenza ha contribuito quella che l’economista Marco Fortis, direttore del centro studi di Edison, definisce “autoflagellazione”. La politica nazionale ha insistito troppo, secondo Fortis, nell’accentuare il fardello del nostro debito pubblico, rimpallandone le colpe ora all’una ora all’altra parte. La realtà, invece, è che il debito pubblico italiano è sì storicamente alto, ma è quello cresciuto meno dal 2008 a oggi, ed è controbilanciato da una ricchezza privata assai più consistente di quella tedesca. Occorreva più unità di patria nell’interesse generale: “Se invece di lavare ogni giorno i nostri panni sporchi in piazza avessimo messo in evidenza i nostri punti di forza, contestando le debolezze altrui che vengono tenute nascoste, non saremmo in questa situazione”, dice Fortis fornendo come esempio di debolezza il debito pubblico della Germania (2.150 miliardi di euro) che non comprende però le obbligazioni della Cassa depositi e prestiti tedesca: il debito sarebbe in tal caso più vicino al 100 per cento del pil. “Come paese ci manca una strategia di comunicazione. Quando c’è una guerra mondiale dei debiti – aggiunge Fortis – comunicare al mercato è importante. In questi anni è un fattore che non è esistito e abbiamo dato un’immagine troppo allo sbando di noi stessi”. Fortis dice inoltre che, sebbene Mario Monti abbia “giocato bene il suo primo tempo al governo, non si può dire lo stesso per il secondo in cui, dopo aver dato tanto, doveva chiedere di più all’Europa”. 

Bruxelles, infatti, oggi rammenta l’incremento del nostro rapporto debito/pil,dimenticando che è stato generato dalle politiche di austerità imposte dall’Unione europea e dalla caduta dello stesso pil. “Abbiamo fatto quanto ci è stato chiesto – conclude Fortis – Nel giro di tre anni abbiamo cumulato sette punti di avanzo primario, cioè più entrate dello stato al netto degli interessi. La Germania, invece, ne ha fatti solo tre, ma adesso ci accusano paradossalmente di essere in recessione come se ciò non dipendesse proprio dalla cura esagerata che ci hanno obbligato a fare”.

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di Alberto Brambilla   –   @Al_Brambilla