Di Alessandro Trocino – Da Il Corriere della Sera

Roma, 11 mar. 2014: «Ha prevalso il buon senso». Mariastella Gelmini, vicecapograppo vicario di Forza Italia alla Camera, è da sempre contraria alle quote rosa.

Perché?
«Non so come faccia una società liberale a ridurre tutto a un problema di quote. La parità è fondamentale ma non si introduce così».

Poteva essere un aiuto.
«La parità va coltivata nella coscienza civile del Paese. È una battaglia culturale, che si combatte soprattutto fuori dal Parlamento, tra le donne che lavorano».

E come?
«La vera quota non è quella rosa, ma quella finanziaria. Bisogna introdurre un welfare per l’infanzia, per gli asili nido. La conquista deve riguardare il tempo delle donne».

Le quote erano un inizio.
«No, rischiavano invece di offendere il genere che volevano tutelare. Perché erano un’implicita affermazione di incapacità. Germania, Danimarca e Norvegia non hanno quote. Averle sarebbe stato ammettere la nostra arretratezza».

Ammettiamola: c’è. Non siamo la Norvegia.
«Bisogna avere fiducia nella capacità delle donne di auto affermarsi. È un movimento inarrestabile che porterà l’affermazione delle donne al vertice».

Inarrestabile, forse, ma lungo. Forza Italia si è spaccata: la Prestigiacomo ha votato in dissenso.
«C’era libertà di coscienza».

La Prestigiacomo ha negato.
«Non polemizzo, ci sarà stata un’incomprensione: non siamo il Movimento 5Stelle».

Non si è capito se Berlusconi era a favore o meno.
«Berlusconi è da sempre a favore della parità delle donne, il suo governo è stato il primo a dare grandissimo spazio alle donne».

Con molte polemiche su come siano arrivate al potere e sulle loro qualità.
«Le polemiche con Berlusconi non mancano mai, ma lui si è sempre battuto perché le donne arrivassero ai vertici».

Al di là del merito, c’era una questione politica.
«Sì, questi emendamenti erano anche un escamotage, un grimaldello per rimettere in discussione l’accordo elettorale e per far saltare tutto. Nel Pd li hanno strumentalizzati contro Renzi. Non a caso, non c’era una renziana tra le firmatarie dell’appello. E nessuna ministra vestita di bianco. Il Pd è andato in pezzi».