Roma, 22 mar. 2015: ”Di ministri dimissionari a causa di intercettazioni telefoniche finite sui giornali, e poi smentite nei processi in Tribunale, sono purtroppo pieni gli annali della politica. Il fenomeno pero’ ha toccato soltanto da noi livelli patologici sconosciuti in altri Paesi. Soltanto in Italia la notizia dell’apertura di un’indagine viene trasformata in richiesta di dimissioni ‘per opportunita’ politica’. Da qualche tempo, invece, non serve neanche piu’ l’apertura di un’indagine: e’ sufficiente che il cellulare di un ministro sia destinatario di una telefonata (Lupi) o addirittura che il nome di quel ministro venga citato da terze persone (De Girolamo) perche’ scatti il corollario delle dimissioni. Di fronte a una tale patologia non c’e’ la benche’ minima reazione da parte del governo e il ministro della Giustizia non riesce a trovare il tempo per riformare quel tritacarne diabolico che sono diventate le intercettazioni. Se e’ vero che perfino la componente radicale del Pd si scuote da una certa sudditanza verso il giustizialismo ipnotico di questi decenni e riconosce che non si puo’ distruggere un governo o una vita politica con intercettazioni penalmente irrilevanti, vuol dire che nella societa’ italiana sono state immesse tossine in quantita’ pericolosa. Renzi continua, come la peggiore sinistra di questi anni, a inseguire il mito del magistrato o del tecnico per combattere la corruzione. Non si avvede, o forse se ne avvede anche troppo bene, che cosi’ ferisce mortalmente l’autonomia della politica nei confronti della magistratura. Forza Italia ha tentato la riforma delle intercettazioni, bloccata dai soliti pregiudizi della sinistra. Ma i nodi, come si vede, prima o poi vengono al pettine”. Lo dice Mariastella Gelmini, vice capogruppo vicario di Forza Italia alla Camera (Dire).