Di Paola Di Caro –  Da Il Corriere della Sera

II colloquio – L’ex ministro: «L’esecutivo non parli con la voce di Zanonato»

ROMA – Quando anche i moderati decidono di alzare la voce, significa che la situazione si fa seria. E Mariastella Gelmini non fa nulla per negare l’impressione che quello del Pdl, lanciato ieri da Alfano con il sostegno di tutto il Pdl, sia davvero un ultimatum al governo: «Sì, siamo preoccupati. Gli annunci, i rinvii, il dire che “si farà” non bastano più. È arrivato il momento dei fatti, delle decisioni. Non possiamo più aspettare». La richiesta della vicepresidente del deputati del Pdl è chiara, netta: «Serve un cambio di marcia. Su casa, fisco, occupazione giovanile è l’ora dei provvedimenti certi e immediati. Irmi e lva non sono nostre bandierine da sventolare, sono il segnale concreto che non si tolgono soldi dalle tasche dei cittadini ma semmai si da qualcosa a famiglie stremate dalla crisi, e su questi terni non si può più temporeggiare». E soprattutto, è «inaccettabile» che si mandino segnali di frenata, di resa: «Un governo non può parlare con la voce di Zanonato e di Saccomanni su questi terni dicendo che “è difficile trovare le coperture”. Risolvere l’emergenza economica, ben prima di occuparsi di riforme, è il compito per il quale questo governo di larghe intese è nato, altrimenti non si vede perché avremmo dovuto sostenerlo. Cercare le coperture quando il denaro a disposizione è scarso fa parte della fatica del governare, la nostra lealtà al governo non può essere scambiata come acquiescenza, È ora di cambiare rotta, altrimenti è chiaro che il rischio della crisi o dì un drammatico indebolimento del governo e della sua irrilevanza è nei fatti». L’obiezione, arrivata a muso duro ieri dai ministri del Pd, è che anche il Pdl fa parte del governo, e dunque il vicepremier Alfano potrebbe proporre soluzioni anziché lanciare diktat. Obiezione che l’ex ministro respinge: «Noi le nostre indicazioni le abbiamo date: bisogna aggredire la spesa pubblica, gli sprechi, impedire che siano gli azzeccagarbugli dei ministeri a decidere sulle risorse, ma la politica. Letta  di questo deve preoccuparsi, non della bella figura che dobbiamo fare in Europa. Ha alle spalle un centrodestra compatto nel sostenere che le politiche europee del rigore non sono più sopportabili, quindi non stia troppo a pensare alla considerazione europea ma a quello che serve, ora, al Paese. Noi in questo governo non abbiamo né il premier, né il ministro i dell’Economia né quello per lo Sviluppo economico: sta a loro indicare la strada, è loro la prima responsabilità». E sarà dunque di Letta la patata bollente di una scelta che non ammette mezze misure: «Un ennesimo rinvio per l’iva? No, non basta, per noi non è sufficiente. Bisogna abolire l’Imu ed impedire questo aumento, 6-8 miliardi vanno trovati. Deprimere ulteriormente i consumi significa non aver capito nulla di quello che serve al Paese oggi Se non si crede nella missione di abbassare la pressione fiscale, viene meno il vìncolo di maggioranza». Chiaro che con toni così alti il dubbio che a provocare l’escalation sia stata la decisione della Consulta su Berlusconi c’è tutto: «un presidente resta il primo sponsor del governo, non è sua intenzione farlo cadere, ha messo l’interesse del Paese davanti al proprio, con “correttezza” che anche Letta gli ha riconosciuto. Ma, detto questo, il pronunciamento della Consulta è un fatto di inaudita gravita, perché è il segno di un giustizialismo arrivato all’atto finale che sta facendo male non solo a Berlusconi ma alla vita democratica. Qui in ballo non c’è l’indipendenza della magistratura, che è garantita, ma la subalternità ad essa della politica, ed è preoccupante che su questo Letta sia stato così timido pronunciando, come ha detto Cicchitto, quattro parole da paleo Dc… È altra la reazione che ci attendevamo dal governo e dai partiti. Lo diciamo con chiarezza: il nostro senso di responsabilità nel continuare a tenere separata la vita del governo dalle vicende giudiziarie non ci impedirà di lottare in ogni sede perché vengano rispettati i diritti politici del leader e del popolo del centrodestra italiano». Non significa, precisa la Gelmini, che siano allo studio leggine o richieste di amnistia per Berlusconi: «Di amnistia ha parlato la Cancellieri, ma il presidente non ha bisogno di norme a sostegno, ma di un giudice a Berlino: deve essere trattato come chiunque altro e non come un nemico da abbattere. Questo chiediamo. E chiediamo un passo avanti della politica su questo, ci batteremo in ogni modo contro questa acquiescenza: pacificazione non significa che a noi sia richiesto tutto e agli altri nulla». È un messaggio a Napolitano? «Non credo che il capo dello Stato abbia responsabilità, piuttosto c’è un circuito mediatico-giudiziario che ormai dovrebbe essere evidente a tutti che oggi sta preparandosi al colpo finale contro Berlusconi. E noi non possiamo accettarlo». Quindi, segnali chiarissimi dovranno arrivare subito, a partire dalle decisioni della giunta per l’ineleggibilità del Senato: «Se ci fossero prese di posizione incomprensibili dopo 20 anni che il presidente è in politica, per noi cambierebbe poco perché Berlusconi è nostro leader dentro o fuori dal Parlamento, con la stessa identica forza, ma la sinistra dimostrerebbe che l’unico suo intento è l’eliminazione del capo del centrodestra. E in quel caso, è ovvio che non si potrebbe continuare a governare assieme».