Roma, 11 set. 2013: Il testo completo del discorso dell’On. Gelmini sulle Riforme Costituzionali, tenuto alla Camera lo scorso 10 settembre.

“Signor Presidente, onorevoli colleghi, da circa trenta anni si parla di “riforme costituzionali”, e di una “fase di transizione” che sembra non avere mai fine. La storia parlamentare degli ultimi trent’anni racconta di continue iniziative e tentativi posti in essere, ma mai portati a termine. Più in generale, la storia nazionale ed internazionale degli ultimi trent’anni hanno conosciuto grandi, epocali, mutamenti; hanno conosciuto crisi il cui governo richiede a gran voce una riforma che ancora non è arrivata: la politica non è riuscita a governare il cambiamento, ma l’ha sempre subito con interventi “tampone” che rendono, oggi più che mai, il nostro sistema inadeguato a sostenere le sfide del nostro tempo.

Non è più accettabile assumere la Costituzione come un documento intoccabile e – come recentemente è stato detto – come “la più bella del mondo” : gli stessi Padri costituenti che ne vararono il profilo, in una temperie così lontana e così diversa da oggi, non sarebbero d’accordo. E’ più corretto pensare che intoccabili siano i principi liberali che la ispirano, ma non necessariamente l’ingegneria e gli assetti istituzionali che da quei principi sono stati derivati.

Pensare che le istituzioni siano intoccabili significa trasformarle in un dogma. E nel confronto politico italiano pare che questo dogmatismo riaffiori continuamente.

Anche dal dibattito di questi giorni. Dibattito che sembra far emergere, soprattutto, un’idea di Costituzione come vincolo al funzionamento della democrazia e non come piattaforma ideale capace di offrire continue opportunità di sviluppo. Questa concezione dogmatica della Costituzione presenta due difetti, due limiti principali.

Il difetto della sua a-temporalità.

La Costituzione viene cioè interpretata come un documento al di fuori del tempo, e non già come figlio e conseguenza di specifiche condizioni storiche. E – aggiungo – le nostre condizioni furono certo straordinarie: all’esito di un conflitto mondiale e di un regime che avevano diviso drammaticamente il Paese e con la prospettiva futura di una nuova guerra, la ” guerra fredda” che ha diviso il mondo fino al 1989.

In secondo luogo, questa concezione a-temporale, rende la nostra Carta impermeabile, oltre che al tempo, anche alla società: la Costituzione viene cioè interpretata come un documento che non ha niente a che fare con la concreta società di donne e uomini che dovrebbe invece aiutare a crescere. E si realizza il paradosso secondo cui la Carta disegna meccanismi e procedure decisionali che rivelano una concezione del tempo ( quella degli anni 40 del secolo scorso) straordinariamente distante dallo sviluppo delle tecnologie e dalla globalizzazione dei mercati, e dalla competitività che il mondo di oggi conosce.

Ed è un poco singolare che formazioni politiche che conoscono meglio di altre la velocità delle reti ignorino questa crepa visibile dell’impianto della nostra Carta e finiscano per trasmettere, dai tetti del nostro Palazzo, un messaggio che non fa i conti con le stesse parole d’ordine che esse stesse lanciano. Penso ad esempio a quanto più democratica, diretta, veloce e trasparente sia l’elezione diretta del nostro Presidente, proprio come alcune grandi democrazie hanno saputo fare – e fanno – e come già alcuni dei nostri Padri costituenti avrebbero voluto.

In entrambi i casi,riassumendo questo punto, la Costituzione sembra essere l’espressione di un patto con principi astratti che non hanno alcuna relazione con la storia e con la società. E – vorrei aggiungere – con l’economia: con i costi cioè della lentezza decisionale, soprattutto nel governo delle crisi così come nell’azione stessa di governo.

Dogmatizzare la Costituzione significherebbe oltretutto negare lo stesso costituzionalismo democratico che prevede e inserisce proprio nella Carta la possibilità del cambiamento. Non convince quindi questo tentativo di presentare la Costituzione come un documento immutabile quando, ripeto, gli stessi Padri Costituenti hanno pensato alla necessità del suo aggiornamento, introducendo procedure, certamente complesse e di garanzia, che consentono alla Costituzione di corrispondere al mutamento dei tempi.

Se così è, allora sembra poco utile polemizzare con il cosiddetto “mito delle riforme costituzionali”. In realtà, più che del mito delle riforme costituzionali, occorre discutere della necessità o meno di queste ultime. E tale necessità dovrebbe essere motivata o rifiutata sulla base di una seria analisi del funzionamento delle nostre istituzioni nell’attuale contesto storico e sociale. E non già solamente sulla base di considerazioni di principio che trasformerebbero il dibattito costituzionale in una sorta di dibattito ideologico.

Insomma, quando si discute di istituzioni, dovremmo discuterne chiedendoci prima di tutto se la loro architettura, se il loro insieme strutturato, sia adeguato o meno a sorreggere e promuovere il governo e lo sviluppo della società senza dimenticare mai che la democrazia siamo noi e siamo noi che, nel tempo, la abbiamo immaginata e costruita per tentativi ed errori. Tanto che l’abbiamo sempre considerata non la migliore delle forme di governo in assoluto, ma la migliore fin qui, proprio perché perfettibile.

È fuori di dubbio che il contesto storico in cui è stata elaborata la nostra Costituzione, e la stessa società che i Padri costituenti avevano di fronte quando la elaborarono, siano profondamente cambiati.

Se la democrazia italiana del dopoguerra ha dovuto acquisire una accentuata caratteristica consensuale lo si deve proprio alla necessità di cucire ed integrare istituzionalmente una frattura potenzialmente eversiva dell’equilibrio democratico. Ma è francamente difficile pensare che oggi essa debba continuare a conservare tale caratteristica in assenza di quella frattura che l’aveva giustificata. E sono poi venute meno le ragioni internazionali che sembravano poter aggiungere frattura a frattura al nostro interno: il comunismo è stato storicamente battuto e la geografia politica del mondo è stata completamente ridisegnata.

I due scenari – interno ed internazionale – sono radicalmente cambiati e non possiamo certo ignorare ora quanto la democrazia consociativa italiana abbia pagato in termini di prezzi istituzionali – si pensi alla breve durata, all’ instabilità ed inefficienza dei governi – per difendere la sua stessa sopravvivenza sistemica.

La nostra Costituzione dunque – proprio in ragione del contesto storico, interno ed internazionale – è inevitabilmente segnata dalla necessità del consensualismo, piuttosto che da quella della competizione o dell’alternanza. Due tratti distintivi delle migliori democrazie perché consegnano direttamente al popolo il diritto di scegliere.

Per questo motivo, occorre cambiarla o adeguarla. E questo cambiamento non va visto solamente come un modo generico per promuovere il passaggio da una forma di Governo ad un’altra o da una forma di Stato ad un’altra. Al comtrario la discussione sulle “forme” deve valutare principalmente, e attentamente, la loro capacità di garantire il passaggio da un modello di democrazia (consensuale) ad un altro (competitivo), ovvero ad un modello in cui la centralità della decisione appartiene agli elettori.

La necessità o meno della riforma deve essere commisurata, poi, non solamente alle caratteristiche della società nazionale, ma anche alle esperienze ed ai vincoli che provengono dal contesto internazionale in cui è inserito il nostro Paese. Raramente il dibattito sulle nostre riforme ha preso e prende in considerazione le implicazioni, ad esempio, dell’europeizzazione e dell’internazionalizzazione dell’Italia. Ne approfitto allora per sottolineare, brevemente, come il nostro Paese sia infatti, e ormai, inserito in processi sovranazionali che lo obbligano a rivedere costantemente i suoi parametri istituzionali e culturali.Da ultimo a rispettare procedure ed indicatori economici che impongono assunzioni di responsabilità stringenti, capacità e velocità di decisione, autorevolezza negoziale.

Ma veniamo in particolare al disegno di legge in questione, primo importante passo per dare vita alle auspicate e, abbiamo visto, necessarie riforme. Ho accennato,in precedenza, alla questione “procedurale”, insita nel necessario processo di cambiamento costituzionale. Il provvedimento che ci apprestiamo a votare fissa le linee guida, le regole e l’iter che dovrà essere osservato per pervenire alla riforma della parte seconda della Costituzione. Nel dibattito, che giudico sterile e di parte, di questo ramo del Parlamento si è addirittura parlato di “stupro” della Costituzione. E si è guadagnata la via dei tetti per dare visibilità ad uno slogan che non è sorretto da argomenti. Sono profondamente convinta,infatti, che il disegno di legge in questione non configuri in alcun modo una violenza alla Costituzione. Come ho avuto modo di argomentare, sostengo una cultura costituzionale che – come ogni cultura che si richiami al costituzionalismo democratico – ritiene, per non contraddirsi, sempre possibile una riforma della Costituzione stessa,al punto da scriverne le regole: che presuppongono vi ricorra il consenso più ampio possibile delle forze politiche, e la sanzione del necessario consenso popolare. Il disegno di legge in oggetto prevede infatti espressamente che si possa far ricorso al referendum popolare anche se le riforme sono state approvate da ciascuna Camera, a maggioranza dei due terzi. Si tratta quindi di una ulteriore garanzia anche per l’opposizione che decidesse eventualmente di non condividere le riforme.

Questa previsione modifica proprio il “famoso” articolo 138, continuamente citato in quest’Aula, come l’articolo da “difendere” in assoluto. In realtà dietro questa disposizione vi era l’esclusione del ricorso al referendum popolare proprio qualora i due grandi partiti dell’epoca avessero trovato un’intesa. Ed è proprio questa modifica procedurale a rendere le riforme che saranno approvate aperte ad un consenso che sia davvero condiviso, ovvero ad un processo che preveda una piena e totale partecipazione e apertura alle richieste, alla concertazione e al coinvolgimento dei cittadini, e, in particolare, delle opposizioni, predisponendo una configurazione della Costituzione che è oggi, con tutta evidenza, più “popolare” di quella originaria, definita appinto dall’articolo 138. E’ proprio questa, dunque, la migliore delle garanzie, anche e proprio per le opposizioni: la garanzia di poter partecipare fino in fondo al processo riformatore sotto lo stimolo di un Governo e di una maggioranza parlamentare che di fatto già comprende i due terzi dei parlamentari.

Per quel che concerne infine la questione delle due deliberazioni necessarie,da parte di ciascuna delle due Camere, a che le riforme abbiano corso, mi limito a rilevare che il disegno di legge prevede comunque una doppia deliberazione, anche se con un intervallo più breve (45 giorni anziché i tre mesi previsti dall’articolo 138).

Non ritengo che l’aver accorciato questo intervallo rappresenti una “violenza” della Costituzione. La dimensione del tempo, della mobilità, della comunicazione – rispetto alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è straordinariamente mutata. E il Governo Letta, del resto, si era presentato alla ricerca del consenso di questo Parlamento inserendo all’interno della propria squadra un Ministro per le Riforme e nel programma proprio la previsione di questa procedura; affermando, nel contempo, che le riforme costituzionali fanno parte della strategia di risanamento economico

Lo stesso Parlamento, con le mozioni approvate lo scorso maggio, aveva impegnato il Governo a presentare un disegno di legge che prevedesse una procedura particolare, valida per questa legislatura, che consentisse di approvare le riforme in tempi definiti. Per dare finalmente concretezza ed esito ad un dibattito trentennale. Per dare credibilità a questa classe politica che finalmente può promuovere la nuova Carta. Per fare infine di questo Paese un’Italia effettivamente moderna e competitiva.

Per questo il nostro voto, il voto del Popolo della Libertà è assolutamente favorevole al disegno di legge in esame”.

Mariastella Gelmini