Roma, 10 set. – Nell’ultimo mese, alcuni ministri del governo Monti hanno invocato misure necessarie per accompagnare il Paese a più alti tassi di crescita. Eppure, dopo aver incaricato il Professore di questa pratica urgente, il taglio degli incentivi alle imprese non è stato più menzionato. Un peccato per ora veniale, ma se si aspetta un altro po’, mortale e imperdonabile.

Gli incentivi sono molto spesso una manifestazione della discrezionalità del potere pubblico. Molto opportunamente, il piano Giavazzi suggerisce l’abrogazione di tutti quelli non automatici e disposti tramite bando.

Per tornare a crescere all’Italia servono imprese che puntino sugli impieghi più produttivi possibile. Gli incentivi distorcono il modo naturale in cui operano gli imprenditori. Incentivi e agevolazioni fiscali vengono spesso giustificati in nome della crescita. Ma quando bisogna incentivare un’impresa a fare qualcosa, è perché’, nel quadro istituzionale vigente, non lo farebbe.

Vuol dire che si stanno spostando risorse da impieghi più produttivi ad impieghi meno produttivi. I sussidi distorcono i segnali di mercato e, come è ovvio, vengono distribuiti sulla base di criteri sensibili all’azione dei gruppi di interesse. Una revisione trasparente e radicale dei modi con cui vengono assegnati, come proposto da Giavazzi, sarebbe un forte segnale.

Tuttavia, questa revisione non può avvenire nottetempo e risulta che sia stato stimato un taglio di 10 miliardi l’ anno. Utilizziamoli per ridurre il cuneo fiscale. È meglio un taglio alle imposte modesto ma uniforme che una spesa fiscale o per incentivi di tipo discrezionale.