Di Massiminialo Caccia – Da Il Messaggero

Roma, 3 mag. 2015: Mariastella Gelmini è stata il ministro dell’Istruzione sotto il Governo Berlusconi. La sua riforma della scuola fu al centro di dure contestazioni e dell’ultimo sciopero generale unitario. Oggi dai banchi dell’opposizione bolle come «un pasticcio» la riforma Renzi-Giannini.

Onorevole Gelmini, cosa ne pensa della “buona scuola”?
«Non si può definire una riforma perché non contiene alcun elemento di sostanziale innovazione della scuola. Non è una riforma il piano di stabilizzazione dei precari, perché non è altro che un normale piano di ricambio del personale che va in pensione e in parte un allargamento della pianta organica della scuola non calibrato sul fabbisogno reale. Su “La buona scuola” si stanno contrapponendo due culture conservatrici: quella del governo che si accontenta di allargare la pianta organica senza pensare alla camera e quella dei sindacati che vogliono una scuola senza meritocrazia».

Qualche giorno fa, il ministro Stefania Giannini ha usato i termini “squadristi” e “abulici” per descrivere i docenti che l’hanno contestata. A suo avviso ha sbagliato?
«Ha sbagliato a utilizzare entrambi i termini e glielo dice una che quando era ministro ne ha sentite e viste di cotte e di crude. Il termine “abulico” poi è un insulto ai tanti sacrifici che gli insegnanti sottopagati da decenni fanno per continuare a dare passione, impegno e professionalità nel proprio lavoro nonostante tutto».

Quale sarebbe secondo lei la modifica più importante da apportare al ddl prima che venga approvato in Parlamento?
«Questa riforma rende inutili gli sforzi e gli studi di molti docenti che non potranno accedere al piano straordinario delle assunzioni, e mi riferisco sia a quegli insegnanti che hanno conseguito l’abilitazione all’insegnamento con il tirocinio attivo (tfa), che hanno sostenuto un percorso di preparazione durissimo ed estremamente professionalizzante, sia quelli che hanno frequentato i percorsi di abilitazione speciali (Pas), su cui noi come Forza Italia eravamo contrari. Faccio appello al Presidente Renzi affinchè non escluda questi precari giovani e preparati dalla scuola del futuro e su questo in commissione siamo pronti a dare battaglia con emendamenti e iniziative.

Un altro punto contestato è il maggior potere decisionale dei presidi. Come lo giudica?
«Sono favorevole ad un rafforzamento reale del potere decisionale dei presidi, purché ad una maggiore autonomia corrisponda una maggiore responsabilità. Nel testo del Governo vedo i dirigenti sempre più condizionati al centralismo ministeriale e ai diktat del Ministero dell’Economia. C’è poi la grave carenza di aver abbandonato le “reti di scuole” che permettevano una migliore distribuzione delle risorse umane a livello territoriale».

Il primo slittamento dell’agenda dettata a marzo su “la buona scuola” è stato quello dell’anagrafe dell’edilizia scolastica, che secondo i piani avrebbe dovuto vedere la luce il 22 aprile.
«Il Governo Renzi si era presentato agli italiani come il Governo che in 100 giorni avrebbe risolto l’emergenza sull’edilizia scolastica. È passato più di un anno e devo dire che il Governo Renzi sta facendo meno del governo Berlusconi. Noi in passato lavorammo seriamente per affrontare questa emergenza cominciando un aggiornamento sistematico dell’anagrafe dell’edilizia scolastica con riferimento ai rischi strutturali e non. Ad oggi di questa anagrafe si sono perse le tracce. Occorre un cambio di passo con nuove modalità di finanziamento ricorrendo al project financing e a investimenti di privati, non demonizzando l’intervento esterno nella scuola pubblica, come avviene nel resto d’Europa».

Qual è a suo avviso il problema più urgente a cui bisognerebbe porre rimedio per la scuola italiana?
«La totale assenza di un piano di progressione di camera per gli insegnanti: non è accettabile che chi ha in mano il futuro dei nostri figli venga trattato come un funzionario pubblico di serie B, non avendo alcuna progressione di camera, alcuna premialità e gli scatti siano solo legati all’anzianità. Non possiamo lasciare gli insegnanti ostaggio dei sindacati».