A quante cene in famiglia o con amici vi è capitato di “immergervi” almeno per un attimo nel vostro smartphone, o anche di trascorrere diversi minuti in cui tutti quanti i commensali hanno sfoderato il proprio telefono per consultarlo, con il silenzio assoluto che domina in sala? Momenti quasi surreali, in cui un gruppo di persone, pur fisicamente presenti e vicine, sono in realtà proiettate tramite la rete in punti infinitamente lontani dello spazio virtuale. Si tratta di un fenomeno – che potremmo chiamare “straniamento virtuale” – di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza, ed è in crescita. Così come è in crescita, più in generale, il numero di ore quotidiane assorbite nella navigazione sui social e nell’uso della rete. È stata pubblicata di recente la ricerca «Mi ritiro in rete», dell’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con Skuola.net., che già dal titolo evoca bene questa idea della rete come luogo dell’auto-isolamento. Sono stati intervistati 10mila ragazzi tra i 10 e i 21 anni e un giovane su 3 ha segnalato che passa meno tempo con i propri familiari, o si dedica meno a gioco e sport, perché una gran parte della giornata è occupata a navigare su internet e chattare. Il fenomeno, però, riguarda anche i genitori, che secondo la stessa analisi spesso sono più attenti ai messaggi che arrivano sul telefonino che a quello che dicono i loro figli. In effetti, il dato relativo al tempo medio che gli italiani passano “connessi” durante la giornata è piuttosto ragguardevole: circa 6 ore al giorno e almeno 2 sui social. Per fare un confronto la tv si guarda circa tre ore al giorno, e non a caso nel 2018 il numero degli smartphone ha superato quello dei televisori. Interessante, poi, è la “confessione” fatta dalla metà dei possessori di cellulare, per i quali controllare il telefonino è il primo e l’ultimo gesto del giorno.

Sono convinta che il nostro compito, come rappresentanti delle Istituzioni, sia quello di dare alle persone, a cominciare dai ragazzi,  un mondo reale migliore di quello digitale. Occorre rieducarci a gustare il sapore delle relazioni “fisiche”, a guardare in faccia le persone, a confrontarsi parlando a quattr’occhi, anziché interagire sempre a distanza, tramite lo schermo di avatar virtuali, con i quali si smarrisce inevitabilmente il valore dell’essere umano che sta dietro. Questa operazione di rieducazione va fatta a cominciare dalle due dimensioni più importanti di socializzazione: la famiglia, e qui sta direttamente a noi, genitori e figli allo stesso modo, la responsabilità di evitare la spirale dell’alienazione digitale; la scuola, dove invece un compito importante spetta anche agli insegnanti e alle Istituzioni. Nell’anno appena trascorso, i temi legati ai ragazzi e al digitale sono stati al centro del mio impegno: ho presentato proposte in cui si parla di  divieto di telefonini in classe (fatto salvo naturalmente per le attività didattiche programmate che ne richiedano l’utilizzo), di uso consapevole degli strumenti tecnologici e telematici, di diritti e doveri dell’adolescente digitale. Molto è stato fatto, ma tanto ancora resta da fare, e con l’anno nuovo ho già ripreso a lavorare: nessuna battaglia è importante come quella per il futuro dei nostri ragazzi.