Di Alessandro Barbera – Da La Stampa

In un’intervista a La Stampa il Ministro del Welfare Enrico Giovannini propone la ricetta per il lavoro: “Sì a più flessibilità, anche se il vero problema resta la formazione”.

Ministro Giovannini, questa settimana inizia l’iter parlamentare del decreto lavoro. Il Pdl insiste per introdurre più flessibilità all’ingresso nel mercato del lavoro dei più giovani derogando alle regole in vigore almeno per la durata dell’Expo’. I sindacati, in particolare la Cgil, sono contrari. Troverete una sintesi?

«Un intervento sull’Expo’ tutto concentrato sui soli contratti a termine sarebbe riduttivo. Comunque la risposta è sì, stiamo immaginando di mettere insieme un pacchetto equilibrato di novità».

Ci sarà maggiore flessibilità per i contratti a termine?

«Sono favorevole ad una sperimentazione, a privilegiare il più possibile i contratti flessibili “buoni” – i contratti a termine – rispetto a quelli “cattivi” – come le “false” partite Iva – ma non può essere un intervento di deroga generalizzata senza razionalità».

Sta dicendo che è contrario a forti deroghe alle regole in vigore?

«Non dobbiamo guardare all’Expo’ come a qualcosa che termina con la chiusura dei padiglioni. Dobbiamo pensare che sarà un volano di crescita per il Paese, così come è stato per la Cina con Shanghai. Di accordi sindacali per gestire il picco di occupazione in Lombardia se ne stanno già facendo. Altra cosa è pensare a effetti permanenti sull’occupazione derivante da un investimento su filiere particolari come il turismo».

Ci saranno interventi per ridurre gli intervalli fra un contratto e l’altro? È possibile una accorciamento dei tempi dell’apprendistato?

«Stiamo lavorando su varie ipotesi. Mi faccia però dire una cosa: anche concentrare il dibattito solo su come cambiare i tipi di contratto è riduttivo. In Italia ci sono più di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. È una massa di giovani che ci costano ogni anno 25 miliardi di euro di perdita di capitale umano. Possibile pensare che il loro futuro si giochi solo sulla modifica di questa o quella forma contrattuale per due anni?».

E’ opinione comune, almeno fuori dal mondo sindacale, che il lavoro stabile costi troppo e che per questo le imprese spesso tengono i più giovani, precari a vita. Non è così?

«In realtà non è vero che un lavoro stabile costi più di uno a termine, anzi. Comunque, un tema non esclude l’ altro. Va benissimo discutere di forme contrattuali, ma anche del resto».

Ci dica il resto.

«L’Italia spende 500 milioni l’anno in servizi all’impiego contro i cinque miliardi del governo tedesco. Il nostro sistema di formazione all’impiego è totalmente inadeguato rispetto agli altri Paesi europei. Se compariamo il numero degli addetti ai cosiddetti servizi pubblici all’impiego in Italia sono 7.600, in Germania llSmila. Ciò significa che se immaginiamo ciascuno di questi funzionari impegnati ad aiutare i cosiddetti gio- vani “Neet” (“Not in Education, Employment or Training”) ogni italiano si deve».

A proposito di questo: oggi i servizi all’impiego sono gestiti dalle Province, che però saranno chiuse. Le competenze andranno alle Regioni?

«E” una possibilità, ma vorrei evitare per l’ennesima volta di cadere nel tipico errore del nostro dibattito pubblico per il quale prima si parla di chi e non di cosa. Vorrei che prima avessimo tutti chiaro cosa dovrebbe offrire un moderno sistema di avviamento al lavoro. E’ il motivo per il quale abbiamo avviato una riflessione con Isfol, Italia lavoro e Inps per studiare le migliore pratiche europee, per poi decidere entro settembre che strada scegliere».

Perché insiste così tanto sul miglioramento dei servizi all’impiego? Possono essere davvero decisivi?

«Se un giovane resta per troppo tempo nell’incertezza lavorativa e non cresce professionalmente, il suo futuro è compromesso. Se la scuola e i servizi all’impiego non formano i giovani e ri-formano chi perde il lavoro è difficile dare risposte di medio termine. Gli interventi del decreto possono migliorare il dato sulla disoccupazione, ma per risolvere il problema della cronica mancanza di crescita dell’economia italiana abbiamo bisogno di migliorare il capitale umano e il funzionamento del mercato del lavoro».

 E se invece il problema fosse molto più semplice, come sembra suggerire Angela Merkel? “Se il lavoro non c’è nel vostro Paese, abbiate il coraggio di muovervi e cercatelo in giro per l’Europa”. Lei che ne pensa?

«L’attrattività di un paese dipende anche dalla capacità di offrire buoni lavori, ben remunerati e con una prospettiva. Questo è il compito delle imprese, ma è evidente che servizi all’impiego tutti concentrati sul mercato locale e inefficienti non sono certo quello che ci serve. Per questo con gli altri ministri del lavoro europei abbiamo deciso di connettere in una rete europea forte ed efficiente i nostri servizi nazionali».

 Torniamo alle modifiche al decreto. Fra gli emendamenti ce n’è uno del Pd che chiede di alza re a 35 anni il tetto entro il quale le imprese possono assumere ottenendo sgravi fiscali. Si può fare?

«Se alzassimo quel tetto si allargherebbe la platea, non le risorse disponibili. Peraltro, le nostre analisi mostrano come gli sgravi concentrati sugli under 29 anni e quelli varati con il decreto per tutti i disoccupati in Aspi (il nuovo sussidio per chi perde il lavoro) sono complementari. Molti ventenni, infatti, non fruiscono dell’Aspi in quanto, al contrario di molti trentenni, non hanno mai avuto un lavoro: ecco perché è opportuno mantenere i due sgravi così come sono stati disegnati».

 Ci saranno novità per le partite lva? I loro rappresentanti si sono mostrati delusi dalle decisioni prese finora dal governo. Lamentano troppe tasse e contributi. Cosa risponde?

«Stiamo prendendo in considerazione anche le loro richieste, ora studiamo gli emendamenti proposti dal Parlamento, poi diremo la nostra».