Da Libero

Mancano misure per Nord e imprese. Pd pilatesco sulla decadenza. Angelino scarichi i cattivi consiglieri.

«Mi aspetto che Angelino Alfano prenda posizione sempre più netta rispetto ai quei cattivi consiglieri che, non avendo più niente da perdere, rischiano di portarlo a sbattere. Ma non ci divideremo: non faremo questo regalo alla sinistra». Già ministro dell’Istruzione, vicecapogruppo alla Camera, prima del 2 ottobre veniva considerata una “colomba”. Da quel giorno Mariastella Gelmini è una “lealista”. C’era, con Raffaele Fitto, a quei vertici nei quali il Cavaliere si è convinto ad azzerare tutto, a ripartire da Forza Italia.

 
Onorevole, il governo è atteso a due prove difficilissime. La prima è la Legge di Stabilità, accusata di strizzare l’occhio al centrosinistra. La modificherete?
«Contiene più spesa e più tasse. E la linea del “tassa e spendi” per noi è inaccettabile. Senza profonde modifiche in Parlamento è difficile che riesca ad avere il nostro voto. Realizza una redistribuzione del reddito tutta a danno dei ceti produttivi e imprenditoriali».
Cioè quelli che, di solito, votano Pdl.
«A pagare sono sempre gli stessi: imprenditori, commercianti, proprietari di case; insomma il nostro elettorato!».
Renato Brunetta ha chiesto una “cabina di regia” sulla Legge di Stabilità, Letta ha detto di no. Eppure il 29 aprile disse che riteneva «centrale il ruolo del Parlamento» e voleva «luoghi permanenti di codecisione». Il premier farà resistenza?
«Alcuni punti nodali della manovra come la tassazione sulla casa, la tassazione sui risparmi, il taglio alle pensioni e la riduzione troppo debole del cuneo fiscale per noi sono indigeribili. Non intendiamo per l’ennesima volta subire i diktat del Pd. Il Paese ha già dato e il Nord è allo stremo!».
Si ricomincia a parlare di Nord?
«Se non ci sforziamo di modificare in profondità la manovra cosa rispondiamo agli imprenditori della Lombardia, del Veneto o del Piemonte che ricevono inviti allettanti dai comuni della Svizzera, dall’Austria a trasferire le loro attività dove la tassazione non supera il tetto del 25%?».
Il Pd fermerà tutto, no?
«Abbiamo già dovuto subire l’aumento di un punto dell’Iva: la reintroduzione dell’Imu con un diverso nome e la stangata sulla seconda casa non possono passare».
Sì, bello. Ma le coperture dove le trovate?
«Bisogna avere il coraggio di tagliare in modo significativo la spesa corrente, improduttiva e spesso fonte di sprechi e inutili rendite di posizione. Sta passando invece la falsa idea che il federalismo non abbia portato risultati e che, di conseguenza, sia inutile applicare i costi e i fabbisogni standard. Se non si supera la spesa storica introducendo trasparenza a tutti i livelli dal Comune allo Stato, come si possono ridurre le tasse?».
Fabrizio Saccomanni avrà molto da lavorare…
«Se non si centralizzano ulteriormente gli acquisti, se non si dismettono gli immobili pubblici inutilizzati, insomma se non si dà seguito al dossier sulla spending review come possiamo salvare l’Italia dall’oppressione fiscale? O si prendono decisioni forti o non si va da nessuna parte».
Presto si voterà la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. Se il Pd la voterà, farete cadere il governo?
«Se Berlusconi dovesse decadere la convivenza con chi, violando l’articolo 25 della Costituzione e la Carta dei diritti dell’uomo, lo fa decadere sarebbe impossibile. Il primo a porsi il problema di come andare avanti a governare con un partito il cui leader è espulso dal Parlamento dovrebbe essere lo stesso Letta. Per non parlare dei ministri del Pdl…».
Tra le condizioni poste per il voto della fiducia del 2 ottobre c’era la riforma della giustizia. Della quale, poi, si è persa traccia. Farete una manifestazione attorno al Senato per quel giorno?
«La riforma della giustizia deve entrare tra le priorità del governo. Certamente, in caso di decadenza, ci sarà una mobilitazione spontanea dei nostri elettori e un forte moto di sdegno in tutti i cittadini. La sinistra se ne accorgerà tardi, ma si macchierà di una grave colpa».
Il perno del dibattito tra partito e governo è Angelino Alfano. Che ha riconosciuto la leadership di Berlusconi e sembra intenzionato a rientrare. La guerra è finita?
«Non c’è mai stata alcuna guerra. C’è stata la minaccia di gruppi autonomi e di scissione da parte di chi non ha saputo convincere il presidente a votare la fiducia, ma lo ha costretto ad una retromarcia, indebolendo così il fronte del centrodestra. Ci sono state dichiarazioni da parte di Alfano che rappresentano un passo avanti».
Si sente di dire che il caso è chiuso?
«La sinistra spera e opera per la divisione del centrodestra, ma noi questo errore non lo faremo. Sarebbe un delitto disperdere l’unità dei moderati che Berlusconi ha costruito. Allo stesso tempo, però, serve chiarezza».
Cosa intende per «chiarezza»?
«Mi aspetto che Alfano prenda in modo sempre più netto le distanze dai cattivi consiglieri, da coloro che oggi vorrebbero strumentalizzare lo stesso Alfano, non avendo più nulla da perdere».
Se Alfano smentisce che ci sarà un documento degli «alfaniani» in vista del Consiglio nazionale, Roberto Formigoni sostiene di stare raccogliendo firme, che ci sarà una loro mozione.
«Il richiamo di Formigoni a raccogliere firme su un documento diverso da quello presentato dal presidente Berlusconi e votato in ufficio di Presidenza sarebbe divisivo e avrebbe un sapore correntizio e una conta inutile. Tutti noi abbiamo il dovere di rendere evidente l’unità attorno alla leadership di Berlusconi riconoscendoci nel documento dell’Ufficio di presidenza. È il momento di far seguire alle parole i fatti. Ce lo chiedono gli elettori».