di Alberto ZanardiIl Sole 24 Ore del 04.06.2012

Per rispondere ai tagli dei trasferimenti, al Patto di stabilità interno sempre più esigente, allo Stato che batte cassa con la nuova Imu, alle richieste pressanti di cittadini in sofferenza economica, ci vuole fantasia. I sindaci hanno provato a mettercela, la fantasia, utilizzando anche la politica tributaria.

Dopo un lungo periodo di congelamento dell’autonomia fiscale, la riforma del federalismo fiscale, e più ancora le manovre emergenziali del 2011, hanno restituito ai Comuni ampi spazi di intervento, in termini di aliquota e deduzioni, su tributi robusti come l’Imu e l’addizionale Irpef. Soprattutto con l’Imu il decreto “Salva Italia” ha consegnato ai Comuni una leva potente di autonomia, allargando l’intervallo di variazione delle aliquote (+/- 2 per mille sulla prima casa, +/- 3 per mille sugli altri immobili) che si applicano su una base imponibile di per sé gonfiata dalla revisione dei moltiplicatori per ottenere i valori catastali.

I sindaci non se lo sono fatti dire due volte. Come mostra l’analisi delle delibere dei capoluoghi di regione, praticamente tutti i Comuni hanno sfruttato l’autonomia riguadagnata: non in modo indifferenziato però, ma piuttosto manovrando, differenziando e diversificando lo strumentario tributario disponibile, cioè facendo politica fiscale.

Quali sono gli elementi comuni delle manovre elaborate dai sindaci? Il primo è la (quasi) unanimità nel segno delle variazioni di aliquota sull’Imu e sull’addizionale Irpef: solo aumenti, nessuna riduzione (tranne Trieste su Imu prima casa e Firenze sull’addizionale Irpef, e comunque per ammontari limitati). Visto il quadro generale della finanza comunale non c’è da stupirsi.
È l’applicazione del tacito scambio tra Stato e autonomie sottostante alle manovre di aggiustamento 2011: da un lato, l’anticipo di un anno (e l’inasprimento) della stretta finanziaria sui bilanci locali, dall’altro l’attivazione fin dal 2012, accelerando sul calendario del federalismo fiscale, dei margini di autonomia tributaria riconosciuti a Regioni e Comuni.

Il secondo elemento distintivo sta nel fatto che, mentre sulla prima casa gran parte dei Comuni (ma qui non mancano le eccezioni rilevanti) si è appiattita sull’aliquota-base Imu del 4 per mille, gli aumenti si sono scaricati sugli altri immobili (seconde case e immobili commerciali). Certamente sotto questa scelta ci sono le preoccupazioni dei sindaci circa gli effetti redistributivi delle loro manovre e quindi il costo politico di andare a gravare un bene sensibile dal punto di vista equitativo qual è la prima casa. E comunque, semmai fosse venuto in mente a un qualche sindaco, a disincentivare qualsiasi riduzione del prelievo sugli immobili diversi dalla prima casa c’è anche il fatto che il Comune sarebbe comunque chiamato a pagare allo Stato metà del gettito misurato all’aliquota-base e non all’aliquota ribassata, mentre questo disincentivo non esiste nel caso di aumento dell’aliquota.

Alcuni Comuni (Aosta, Trento, Trieste, Cagliari) hanno utilizzato la loro autonomia sull’Imu per penalizzare le seconde case a disposizione (e quindi non date in locazione) rispetto a quelle locate. Si tratta di un intervento corretto che riduce, ma marginalmente e comunque solo in termini relativi rispetto alle case sfitte, la penalizzazione fiscale sulle abitazioni locate rispetto al regime precedente la riforma Imu. Così come la riforma ha fiscalmente punito gli immobili delle imprese. Si tratta di aspetti critici dell’Imu che, al di là delle manovre deliberate dai sindaci, andrebbero affrontare sul piano strutturale a livello nazionale. L’altro pedale fiscale su cui i sindaci hanno calcato è l’addizionale Irpef. In alcuni Comuni gli aumenti rispetto al 2011 sono molto pesanti.

Insomma, valutazioni redistributive hanno probabilmente consigliato un tax mix fatto più di imposta sul reddito che di prelievo patrimoniale sulla prima casa. Impressiona che, con l’eccezione di Firenze, i soli Comuni capoluogo che hanno lasciato l’aliquota Irpef immutata a livelli molto bassi (tra 0% e 0,3%) siano, guarda caso, Comuni di Regioni a Statuto speciale (Trento, Bolzano, Aosta), probabile indizio di una qualche abbondanza di risorse.
Di fronte a queste prove di autonomia, resta tuttavia lo stato di sofferenza dell’Imu, la principale leva nelle mani dei sindaci. La sua doppia natura di imposta a un tempo erariale e comunale compromette la sua accettazione sul piano politico, indebolisce gli incentivi dei sindaci ad una sua gestione efficiente e responsabile, rende lo sforzo fiscale assai costoso in termini di consenso dato il prelievo immobiliare già molto gravoso alle aliquote-base. Si sa in quali circostanze si è arrivati all’Imu “doppia”: giunti sull’orlo del baratro, il governo Monti ha scelto di caricare l’Imu di una molteplicità di obiettivi, in parte locali ma soprattutto nazionali, facendone il perno della manovra di aggiustamento dei conti pubblici di fine anno. Oggi, purtroppo, lo scenario non è granché più sereno, ma forse c’è qualche margine di tempo in più per ritornare su quella decisione.

Fonte: Il Sole 24 Ore