Di Benedetto Ippolito – Da Il Tempo

Nel momento in cui viviamo la difficile celebrazione delle larghe intese, con l’approvazione dei gran pacchetti di leggi del “fare”, continuano i dibattiti interni alle diverse componenti della maggioranza.

Il Pd discute sul prossimo appuntamento congressuale che di sicuro rappresenterà una resa di conti tra il vecchio e il nuovo e tra opposte idee di sinistra. Ma anche a destra, tra una rifondazione possibile del Pdl e un’attesa sfibrante sul giudizio della corte in merito a Silvio Berlusconi, il dibattito è più acceso che mai.

È perciò molto importante raccogliere idee che siano veramente rappresentative di ciascun’identità. Tra i conservatori emerge come questione dirimente il tema dei finanziamenti ai partiti. Se si tralascia, infatti, per un momento, il fisco e la giustizia e si pensa al rapporto tra partecipazione popolare e rappresentanza, è chiaro che il modo in cui si fanno convergere interessi nello Stato è sicuramente una pietra distintiva della destra dalla sinistra.

Giustamente il Pdl ha lanciato, per bocca dell’ex ministro dell’Università Maria Stella Gelmini, un emendamento che rilancia il tema del finanziamento ai partiti. In specie l’iniziativa prevede che si abbandoni definitivamente il contributo pubblico e effettivamente si concepisca un modo diverso di approvvigionamento dei fondi, coinvolgendo finalmente la società nella trasmissione del potere.

In concreto, l’ipotesi Gelmini prevede di cancellare la legge che ostacola l’approvvigionamento di fondi privati. È noto che una delle conseguenze che hanno portato alla fine della Prima Repubblica è stata proprio la condanna dei finanziamenti illeciti, che giungevano a pagare campagne elettorali e coaguli di potere attorno a leadership personali. I vecchi partiti, però, si finanziavano, di fatto, attraverso contributi privati.

Ora trovare formule nuove di contributi privati, mediante donazioni e apporti economici, è un passaggio assolutamente obbligato. La motivazione è abbastanza semplice. La frattura giustizialista che è intervenuta dagli anni ’90 ha prodotto una separazione netta tra il coacervo d’interessi, che economicamente e strategicamente legano la comunità nazionale e la rappresentanza politica. Ciò è stato perseguito in nome di un moralismo assolutamente irrealistico e senza prospettive. Perché non è certo con il moralismo che si può sostenere la democrazia, magari scaricando sui cittadini rimborsi elettorali a costi spaventosi. Un sistema del genere produce disaffezione, populismo e grillismo.

Viceversa, bisogna con forza e coraggio ritornare a una politica caratterizzata e segnata dal riferimento a nuclei d’interesse precisi, magari appunto verificabili pubblicamente attraverso la certificazione del finanziamento che i privati possono, in piena libertà, fare ai propri candidati e ai propri rappresentanti.

Al moralismo ipocrita della sinistra bisogna, insomma, rispondere con un sano realismo, in modo tale che tutte le forze in campo dicano chiaramente quali sono i referenti, nazionali o stranieri, che nascondono. Se non ci sono, non c’è politica. Abbandonare il finanziamento pubblico vuol dire rendere tutto trasparente, e rendere comprensibile a chi fa politica per conto di chi la fa e per quale insieme di ambienti intende costruire un’idea di Paese.

Il peggiore errore che può fare il sistema è rendere illegale la partecipazione ideale ed economica della società. Non a caso la recente uscita di Fassina sulla pressione fiscale sottende questo ragionamento, anche se ne diluisce il valore in una retorica molto fumosa.

Abbassare la pressione fiscale esige di tagliare i costi della politica. E, a meno di non pensare che il perbenismo e il giustizialismo siano in grado di sopperire ai pesi della democrazia, è fondamentale che il sistema sociale sia libero di partecipare in modo trasparente a farsi difendere e sostenere dai rispettivi partiti. Come sempre, la potenza della sinistra è spacciare per buono ciò che è soltanto utile a coprire o a dissimulare. I partiti, invece, dicano cosa sono. E in assenza di grandi leadership dicano soprattutto cosa vogliono fare e per conto di chi intendono agire. La libertà è, in fin dei conti, inseparabile dalla democrazia. Il resto è tutto, ma non vera moralità. E neanche vera democrazia.