Il coraggio del riscatto

Quarantotto arresti tra affiliati e capi della nuova cupola palermitana grazie al coraggio di un imprenditore che per opporsi alla richiesta di pagare il pizzo ha registrato e poi denunciato i suoi aguzzini. Giuseppe Piraino, questo il nome del costruttore siciliano, è stato avvicinato molteplici volte in prossimità dei cantieri appaltati dalla sua ditta dagli ‘ambasciatori’ del clan che hanno a più riprese lasciato intendere, senza troppi mezzi termini, che la prosecuzione dei lavori sarebbe dipesa dal pagamento del pizzo. La richiesta dei malavitosi era addirittura del 3% di quanto incassato dalla ditta per i lavori che si era aggiudicata. Le minacce si sono fatte sempre più pressanti e Piraino non è stato l’unico a subirle. Anche i suoi operai sono infatti stati oggetto dell’attenzione dei mafiosi, determinati ad ottenere parte dei proventi dell’attività.

Dopo l’ennesima sollecitazione, l’imprenditore ha deciso di reagire munendosi di una telecamera con la quale ha registrato il tentativo di estorsione, poi finito tra le mani dei militari dell’Arma. Di qui l’avvio di un’operazione che ha tratto in arresto tutti gli esponenti direttamente riconducibili al clan, tra cui il boss Settimo Mineo che gli inquirenti indicano addirittura come l’erede di Totò Riina.

Un esempio di coraggio, ma soprattutto della volontà di cambiamento e di riscatto, per fortuna ancora molto avvertita, in una regione martoriata dalla mafia e da tutti fenomeni ad essa connessi.

“Ho avuto paura –  ha spiegato il coraggioso imprenditore – ma la denuncia è l’unico atto da percorrere. E’ stato quasi un atto dovuto; non potevo non prendere posizione davanti alle minacce rivolte anche agli operai del mio cantiere”. Poi un invito a tutti gli altri commercianti e imprenditori vittime dei soprusi della mafia: “Noi non siamo soli, sono i mafiosi che devono rimanere soli. Per questo chiedo a tutti gli imprenditori di farsi avanti e denunciare senza paura perché siamo ormai tanti a denunciare”.