Il mio intervento alla Camera sulla questione di fiducia (Articolo 1 legge elettorale)

Gruppo Parlamentare Forza Italia alla Camera – Berlusconi Presidente

Roma, 29 apr. 2015: “Presidente, colleghi, deputati, avevamo sperato, avevamo fortemente auspicato un finale diverso: mai avremmo immaginato che dalle regole, che vanno scritte insieme perché sono di tutti – sono parole del Presidente del Consiglio –, si passasse alla sostituzione di dieci membri dalla Commissione affari costituzionali fino all’approvazione della legge elettorale a colpi di fiducia. Sono queste le ragioni, collega Cicchitto, che hanno portato Forza Italia a cambiare posizione e ad esprimere un «no»; un «no» sofferto e convinto, un «no» nel merito e sul metodo, perché sappiamo tutti che la legge elettorale non è materia di competenza del Governo, ma rappresenta un ambito di stretta pertinenza del Parlamento. La legge elettorale, come legge ordinamentale, non può politicamente e costituzionalmente, in quanto attiene ai destini della democrazia, essere condizionata nella sua approvazione dal «sì» o dal «no» ad un Governo che, in quanto tale, è e resta contingente.
Il voto di fiducia posto su questo articolo ribadisce una volta di più e in modo definitivo la rottura del metodo del dialogo e del confronto che appartengono ad ogni sana democrazia e segna la distanza in modo incolmabile da ciò che era, almeno per noi, da ciò che rappresentava il «patto del Nazareno», un punto di svolta nella vicenda politica degli ultimi anni.

Esso era, almeno nelle intenzioni del presidente Berlusconi e di Forza Italia l’atto o quantomeno il preambolo per una più complessiva pacificazione del quadro politico e di rasserenamento nei rapporti tra politica e giustizia. Insomma si poteva costruire una condizione di confronto e mettere un solido argine al fiume di veleni che da vent’anni scorre nella politica e nella società italiana.
Con questo spirito e con questi presupposti Forza Italia ha affrontato la sfida. Invece degli scontri all’arma bianca, delle corride giustizialiste contro il presidente Berlusconi, si era creato nel Paese un clima positivo, di attesa positiva per i risultati che potevano venire dalla collaborazione di due grandi partiti politici. L’attenzione mostrata dal segretario del PD nello scrivere le regole con maggioranze ampie, i suoi costanti richiami all’esito infelice delle due precedenti riforme votate con maggioranze risicate avevano aperto alla speranza e convinto molti che una politica diversa fosse possibile. E allora che cosa è accaduto dal 18 gennaio di un anno fa, che cosa è accaduto perché il Governo arrivasse a mettere la fiducia su un testo che ha subito ben diciassette modifiche su espressa richiesta del PD.
Il Presidente Renzi ha ammonito qualche giorno fa che non si sarebbe fatto impantanare e che, dopo tanti anni di discussioni e di rinvii, questa, come lui ama dire, era la volta buona. Mi chiedo: perché dopo tanti anni di discussione il Presidente Renzi ha ritenuto impossibile concedere ancora tre o quattro giorni o forse una settimana per una legge destinata ad entrare in vigore nel 2016 ? Sono convinta, e Forza Italia con me, che le ragioni di partito abbiano avuto la meglio sulla più generale ragion di Stato. Non mi annovero tra coloro che si stracciano le vesti per una legge elettorale che metterebbe un uomo solo al comando ma non nascondo di avere serie perplessità su una legge che, in assenza dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, rischia di compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato perché, come è stato detto oggi, manca un sistema di contrappesi.

Mi si consenta allora di esprimere la delusione per la fine di un accordo nel quale abbiamo profondamente creduto, che aveva mille solide ragioni per essere coltivato fino in fondo. La delusione di chi ha creduto in questa possibilità è pari almeno alla soddisfazione esibita o taciuta di chi lo ha avversato fin dal principio. Taccio, invece, sulle ragioni di quanti lo hanno prima avversato, poi abbracciato, infine combattuto. Costoro appartengono alla vasta e sempre più nutrita categoria degli opportunisti.
La mia delusione nasce dal fallimento di un’occasione politica per la quale il presidente Berlusconi si era speso con generosità: una generosità personale e politica che lo ha portato ad affrontare anche aspre critiche ed incomprensioni proprio dentro il suo stesso partito e tra gli osservatori politici. Mai nessuno però ha potuto negare la validità di un’intesa capace di dare frutti preziosi per una riforma della legge elettorale e della Costituzione da scrivere nelle intenzioni con una maggioranza molto ampia. Il «patto del Nazareno» però oggi è stato archiviato, come dicevo, per la prevalenza delle ragioni di partito sulle altre. Il desiderio di avere il PD compatto alle elezioni del Presidente della Repubblica ha indotto il Presidente del Consiglio a cambi di posizione e le pagine del patto lasciate bianche sono state scritte unilateralmente. Il patto è diventato intermittente e come si poteva pensare che resistesse se un capitolo tanto importante come l’elezione del Quirinale è stato scritto a due mani e non a quattro ? Come poteva resistere un accordo sulle regole se l’arbitro di quelle regole è stato scelto da una sola delle squadre in campo ? Il terreno dell’accordo è stato minato e fatto brillare per un calcolo politico, non un calcolo contro il patto ma per avere l’unità del Partito Democratico nel passaggio istituzionale decisivo per le sorti di qualunque legislatura; un partito unito – e si vede quanto effimera fosse quella unità – a prezzo di mandare all’aria un’occasione storica per il Paese.

Da quel momento la scena è cambiata ed è doveroso cambiare il nostro voto, come testimoniano i successivi rimaneggiamenti della proposta di legge elettorale, ma due restano gli elementi per noi inaccettabili: il premio dato alla lista, invece che alla coalizione, e l’abbassamento della soglia per l’ingresso alla Camera a livelli lillipuziani, di fatto a misura di un disegno di frantumazione e di eliminazione dell’opposizione.
Su questi punti al Senato votammo contro, salvo accettare poi nel complesso la proposta di legge elettorale, in nome di un accordo più vasto che includeva una visione comune dell’istituzione e il metodo della scelta condivisa dell’arbitro di questo processo e della sua attuazione democratica.

Vengo ora brevemente all’illustrazione degli emendamenti di Forza Italia all’articolo 1 della proposta di legge. Il cuore della proposta emendativa sta nel riconoscimento della possibilità di apparentamento fra le liste nel caso di ballottaggio; si tratta di una misura decisiva sotto molti aspetti: l’apparentamento fra le liste è il riconoscimento dell’importanza del voto espresso dagli elettori quali che siano le loro scelte politiche. Ogni singolo voto, grazie all’apparentamento, contribuisce a rendere più forte la futura maggioranza e più coesa la futura opposizione. Grazie ai nostri emendamenti si può chiudere la disputa fra il diritto di tribuna e il dovere di governare; rappresentare la volontà degli elettori in una democrazia che si vuole decidente, che Forza Italia vuole decidente, rischia di esser una beffa se quella rappresentanza non ha il potere di incidere sulle scelte di Governo o di opposizione. Conosco gli argomenti contrari, si dice che i Governi di coalizione sperimentati con i precedenti meccanismi elettorali non hanno dato buone prove, che la litigiosità fra alleati ha spesso paralizzato l’Esecutivo impedendogli di attuare il programma o di farlo con la speditezza e l’urgenza che molte questioni richiedevano, ma se guardiamo in quest’Aula abbiamo la prova palmare che nessuna legge è in grado di sostituire con l’ingegneria elettorale una fatica che è e deve essere tutta della politica.

Il Presidente Renzi dispone di un’ampia maggioranza garantita dal suo partito e allora perché ha scelto di mettere Pag. 33la fiducia ? Stiamo già vivendo, qui, oggi, la condizione d’Aula che verrebbe a crearsi con l’Italicum, ma questa circostanza non ha evitato all’Esecutivo di ricorrere alla fiducia, perché insicuro, perché non convinto della volontà del partito di maggioranza. I nostri emendamenti, Presidente, colleghi, sono mirati a salvaguardare gli spazi propri della politica, ad evitare che una loro eccessiva compressione danneggi il diritto alla rappresentanza parlamentare, senza beneficio alcuno per i poteri dell’Esecutivo.
Forza Italia vuole un bipolarismo forte, non abbiamo preclusioni di sorta per un assetto tendenzialmente bipartitico, ma come insegnano esperienze secolari nelle grandi democrazie occidentali gli equilibri politici non sono soltanto il frutto dell’ingegneria elettorale, essi sono il risultato, soprattutto, della volontà politica che uomini e donne mettono nell’affermare la loro visione del Governo e del Paese.
Per tutte queste ragioni noi pensiamo, e mi avvio a concludere, che la migliore delle leggi elettorali approvata con una maggioranza risicata avrà sempre una vita stentata, a differenza di una legge elettorale, magari meno buona, ma approvata da una larga maggioranza parlamentare. Il Presidente del Consiglio può decidere il suo personale destino politico con la fiducia, ma con una maggioranza più ampia e con un voto libero avrebbe potuto mettere, non solo nelle sue mani, ma nelle mani del Parlamento il destino dell’Italia e credo che l’Italia questo lo meritasse e lo meriti”.