Il non voto che peserà in primavera

di Massimo FrancoCorriere della Sera del 30.10.2012

Il risultato estremizza quella che potrebbe rivelarsi una tendenza nazionale

La tentazione di vedere nel risultato siciliano un’anticipazione di quello delle prossime elezioni politiche è talmente gonfia di implicazioni che va tenuta un po’ a freno. E non tanto perché il partito più votato dell’Isola è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. La perplessità nasce da quel 52,56 per cento di persone che sono rimaste a casa. Forse è possibile azzardare un’ipotesi: il risultato estremizza quella che potrebbe rivelarsi una tendenza nazionale. È la voragine lasciata dalla triste decadenza di Silvio Berlusconi e del suo sistema di potere, che si traduce per ora in astensionismo, frammentazione e derive populiste. E riconsegna un’Italia senza vere maggioranze. È una prospettiva da non augurarsi, ma neppure da rimuovere: se non altro per non rimanere spiazzati. Chiunque vinca, a meno che non sia legittimato da numeri plebiscitari, ormai deve cominciare a pensare non solo alla propria maggioranza, ma alle sue dimensioni e alla sua qualità. E dunque porsi il problema di rappresentare e dare voce ai «non elettori» almeno quanto agli elettori. La Sicilia non si limita a radere al suolo un sistema dei partiti passato in poco più di un decennio dai 61 consiglieri a zero ottenuti dal centrodestra nel 2001, ad una realtà in cui nessuno si avvicina al 20 per cento.

Offre anche un panorama dei problemi con i quali l’intero Paese potrebbe fare i conti entro qualche mese.

Una legge elettorale che non produce stabilità. Coalizioni vittoriose solo sulla carta. Corpose opposizioni dai connotati antieuropei. Classi dirigenti un po’ gattopardesche, un po’ nuove, comunque disomogenee, chiamate a governare situazioni di debito e una crisi economica inquietanti. Verrebbe da dire che il microcosmo della Sicilia fornisce la controprova più traumatica della prospettiva di un’Italia condannata all’ingovernabilità; e dunque costretta a riflettere sulla possibilità che Mario Monti rimanga a Palazzo Chigi, seppure a capo di un governo politico, per dare copertura e legittimità internazionale a un Parlamento sfrangiato. Che l’Italia rimanga in una situazione precaria, è indubbio.

A Madrid è stato chiesto al premier se la salita di ieri dello spread (lo scarto fra interessi sui titoli di Stato italiani e tedeschi) sia attribuibile alle minacce scomposte che sabato scorso Silvio Berlusconi ha lanciato contro il governo. Con un misto di ironia e understatement, Monti ha risposto: «Non ci avevo pensato». E quando gli hanno domandato che accadrebbe se il Pdl gli togliesse la fiducia, la replica è stata: «Chiedete alle forze politiche e ai mercati finanziari». Ma la sensazione è che quanto sta succedendo vada al di là del ruolo di Monti, e ridimensioni perfino il successo del Movimento 5 Stelle: nel senso che Grillo copre certamente un vuoto di offerta politica, ma solo in parte.

C’è piuttosto da chiedersi quale sia il percorso misterioso grazie al quale i partiti riusciranno a portare alle urne milioni di elettori sfiduciati, ormai oltre la soglia dell’indignazione e della protesta fine a se stessa. L’analisi-scorciatoia, adottata soprattutto dai settori più berlusconiani di un Pdl in brandelli e con la guerra in casa, è quella che scarica la responsabilità dell’astensionismo record su una crisi sociale aggravata dal governo Monti. Non stranamente, l’analisi tende a coincidere con quella della Lega; di un’Idv senza voti e con un Antonio Di Pietro vacillante; e dell’estrema sinistra che non ha intercettato né il non voto, né i consensi di Grillo. La realtà sembra più semplice.

Costringe tutti i partiti a una rassegna non di comodo dei limiti e dei ritardi mostrati negli ultimi anni; e magari a cercare un rimedio approvando qualche simulacro di riforma, a cominciare da quella del sistema elettorale. Altrimenti, al massimo possono diventare un argine all’ingovernabilità, come è accaduto in Sicilia con l’alleanza vincente fra Pd e Udc; ma con una legittimazione indebolita dalla maggioranza assoluta degli astenuti. Senza basi solide, e senza una visione lucida delle sfide del futuro, qualunque argine resiste poco. E rischia di essere spazzato via da un distacco dalla democrazia, del quale la Seconda Repubblica fu un antidoto nel 1994; e di cui oggi, invece, è diventata la causa principale.

Fonte: Corriere della Sera