Di Adriana Cerretelli – Da Il Sole 24 Ore

Migliora in giugno l’indice della fiducia di imprese e consumatori europei. A poche ore dall’inizio del vertice dei 28 capi di Stato e di Governo dell’Unione, una raffica di accordi: sui fallimenti delle banche, sul bilancio pluriennale Ue, sulla riforma della politica agricola comune. E poi, oggi, l’atteso via libera ai 6 miliardi di fondi Ue in due anni, a partire dall’anno prossimo, per lottare contro la disoccupazione giovanile. E forse anche lo sblocco degli aiuti Bei per finanziare le imprese.

La tentazione del trionfalismo, il peana al nuovo decisionismo europeo potrebbe diventare incontenibile. Ma è vera gloria? I passi avanti ci sono, innegabili, su tutti e i fronti. Gli accordi però sono quasi tutti “politici”, cioè vanno ancora negoziati prima di approdare alla stesura finale. Il che significa nuovi trabocchetti e anche dilazioni infinite.
«Gli Stati Uniti ci hanno messo 60 anni per fare l’unione bancaria. Se l’Europa ce ne mette 2 o anche 3 o 4 di anni, sarà comunque un tempo decisamente minore» taglia corto un addetto ai lavori. Dopo la supervisione unica affidata alla Bce, il secondo pilastro della costruzione comincia a prendere forma con regole condivise (ma solo fino a un certo punto) per gestire ristrutturazioni o fallimenti degli istituti di credito. Il copione Cipro fa scuola in Europa: esclusi i correntisti fino a 100mila euro, tutti gli altri creditori saranno chiamati a rimetterci per evitare che in futuro a pagare siano i soliti contribuenti. Le regole Ue hanno però abbondanti margini di flessibilità per permettere agli Stati membri di salvaguardare le rispettive peculiarità. Tutti nazionali, del resto, saranno anche i fondi di risoluzione che ogni Paese dovrà costituire.

Ancora una volta, dunque, la parola unione si coniuga con la persistente frammentazione del mercato unico, scandita dai tanti steccati nazionali che troppi vogliono preservare. Se il terzo pilastro, quello della garanzia comune sui depositi resta per ora fuori causa, il secondo manca di mattoni fondamentali come l’Autorità di risoluzione e le modalità pratiche per intervenire in caso di crisi conclamate. Difficilmente però prima delle elezioni tedesche di fine settembre ci sarà qualcosa di nuovo in una partita dove è la Germania il principale elemento frenante. E allora l’interrogativo è sempre lo stesso: può il pachiderma europeo tener dietro alle “gazzelle” globali?

Gli Stati Uniti si reindustrializzano, hanno deciso di cambiare la loro musica monetaria che sta facendo tremare il mondo. L’Europa risponde con un faticoso accordo minimo, e in larga parte tutto da riempire, per aggiungere con calma una nuova tessera dell’unione bancaria. Basterà il segnale a raffreddare la calda estate che potrebbe seguire la svolta americana o non sarà ancora una volta la Bce di Mario Draghi a dover supplire alle scandalose carenze della politica europea?
Le stesse domande valgono per il rilancio di crescita, occupazione e reindustrializzazione, i piatti forti di questo vertice di Bruxelles. Lo sblocco del bilancio pluriennale (2014-20) dell’Unione offre i mezzi concreti per agire. Che però sono obiettivamente scarsi. «Ci vorrebbero almeno 6 miliardi all’anno per rispondere alla sfida della disoccupazione giovanile in Europa» secondo il cancelliere austriaco Werner Fayman, notoriamente non uomo del sud. I 6 miliardi invece dal 2014 saranno spartiti in due anni tra 5,6 milioni di giovani senza lavoro con meno di 25 anni.

Comunque si muova, l’Europa avanza sempre pochino: un po’ di aiuti a chi ne ha bisogno ma mai abbastanza. Qualche minima spinta alla crescita ma più che altro simbolica. Perché ciascuno dei Paesi membri deve imparare a cavarsela da solo, generando il proprio sviluppo o cercandolo dove c’è.
Nelle formule di cooperazione intergovernativa, del resto, c’è sempre più autonomia che integrazione e solidarietà. Vincono le politiche di piccolo cabotaggio politico, le strategie di galleggiamento. Si sta insieme non tanto per convinzione quanto perché divisi si starebbe peggio. Con queste premesse diventano quasi impossibili i colpi d’ala, le scelte coraggiose che, dall’integrazione finanziaria a quella energetica, sarebbero oggi indispensabili per ridare ossigeno all’economia europea. Con le politiche dei minimi comuni denominatori e l’aurea mediocritas, come si vede, non si riesce ad andare lontani. Anche perché nel mondo globale la mediocrità non è più aurea.