di Gianni RiottaLa Stampa del 03.06.2012

Quando si tratta di diritti umani e democrazia noi occidentali abbiamo due bilance, una pesa America ed Europa, l’altra il resto del mondo.

Che Italia e Germania abbiano conosciuto la dittatura, gli Stati Uniti ordito il golpe in Cile, la Francia sia passata dalla vergogna di Petain e la Gran Bretagna dal golpe in Iran 1953 e dalla follia di Suez 1956 – solo per citare qualche desolante esempio – viene giustificato come frutto da dimenticare delle asperità della storia. Ci nascondiamo dietro la filosofia di Hegel, «ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale».

Ma la razionalità di Hegel si ferma ai confini del nostro mondo, e giudichiamo gli altri dall’alto in basso, incapaci di vedere la realtà. La primavera araba del 2011 è stata prima celebrata senza riflessione, poi condannata come showdown islamista.

I maestri del realismo a ogni costo, dopo non avere mai pronunciato una parola di condanna per i regimi arabi, si sono sorpresi- possibile? – che dalle confuse giornate di rivolta non uscisse una compassata democrazia elvetica, un forbito dialogo, «After you Sir…», da Hyde Park Corner a Londra.

La condanna all’ergastolo comminata ieri dal tribunale egiziano all’ex presidente Hosni Mubarak, che per tre decenni ha oppresso il suo Paese ricevendo miliardi di dollari in cambio della repressione dei Fratelli Musulmani e una linea cosiddetta «filo-occidentale», è ricevuta con lo stesso sussiego. In fondo il Paese è ancora retto dai militari, in fondo i giudici sono gli stessi del vecchio regime, in fondo i Fratelli Musulmani sono fondamentalisti… In fondo…
In fondo, purtroppo, la storia non fa salti, mai, riguardate il Manuale di scuola se lo avete ancora in casa. In piazza, al Cairo, c’è chi lamenta che per la morte di 848 dimostranti e il ferimento di molte migliaia nei 18 giorni di rivolta, Mubarak meritasse la pena di morte e i suoi figli, Gamal e Alaa, non certo l’assoluzione. Comprensibile in chi ancora piange fratelli e compagni di lotta e per anni ha conosciuto carcere e torture, meno in noi europei e americani «razionali».

Il giudice Ahmed Refaat s’è trovato di fronte al paradosso di ogni processo per i diritti umani dopo la caduta di un regime, dal processo di Norimberga del 1945 ai gerarchi nazisti, al giudizio contro l’ex leader serbo Milosevic all’Aia nel 2002: che tante azioni violente sottoposte a inchiesta fossero però «legali» sotto le leggi precedenti. La giurisprudenza di Norimberga e la Corte penale internazionale dell’Aia sono giusto frutto di un’evoluzione del diritto e dell’opinione pubblica, persuasi che certi reati contro l’umanità siano sempre punibili, pur se commessi sotto il codice locale.

Refaat ha agito con prudenza, condannando Mubarak e il suo ex ministro dell’Interno Habib el-Adli, «per non avere protetto il popolo egiziano» dalle violenze della polizia e degli sgherri. Sapeva che la corruzione, e perfino l’istigazione alla violenza, erano «lecite» sotto il regime, e allora s’è appellato a un cavillo, dividendo il Paese e le organizzazioni dei diritti umani, lo apprezza Amnesty International, lo critica Human Rights Watch.

Gli italiani giustiziarono sommariamente Mussolini. I criminali nazisti furono giudicati da magistrati Alleati. Saddam Hussein impiccato da un boia maldestro, Gheddafi finito all’imbocco di una fogna, entrambi immortalati per sempre su YouTube. Con tutte le sue contraddizioni, con tutte le faticose traversate che la democrazia deve ancora percorrere nel mondo arabo, l’ergastolo comminato a Mubarak – che adesso potrà appellarsi – appare esito più dignitoso. La primavera araba non è un miracolo perfetto del bene, ma la fine dei decrepiti regimi resta un bene e un miracolo. Si può pretendere di fermare il mondo quando contraddice i nostri interessi nelle note a piè di pagina di un saggio di Realpolitik ma nella realtà è ingenuo e pericoloso. Perché Hegel aveva ragione, «ciò che è reale è razionale», ma ovunque, anche in un tribunale del Cairo, circondato da Fratelli Musulmani, dissidenti democratici e nostalgici clienti di Mubarak.

Fonte: La Stampa