Di Angelo Panebianco – Da Il Corriere della Sera

Roma, 10 dic. 2013: Un anonimo sostenitore di Gianni Cuperlo, commentando il trionfo di Matteo Renzi, ha detto ai cronisti, mestamente: «Oggi il Pci è davvero finito Sepolto». Beh, sepolto no, e morto nemmeno, ma forse agonizzante Se il contesto in cui il neosegretario dovrà muoversi fosse diverso da quello che è, se non ci fosse ripiombata addosso, grazie alla Consulta, persino la proporzionale con le preferenze, anche chi scrive farebbe sua (con un diverso spirito) l’affermazione di quell’anonimo. Ma il contesto è tale, e la connessa palude è così insi diosa per Renzi, che l’agonia del vecchio partito, dichiara to morto vent’anni fa ma vissuto clandestinamente fino a oggi (perché vivo nella coscienza di tanti militanti nonché in certe istituzioni di partito arrivate, quasi inalterate, fino a noi) potrebbe prolungarsi a lungo. Così a lungo da logorare il nuovo leader carismatico. Apparentemente, sulla carta, la vittoria a valanga di Renzi nelle primarie aperte cambia la natura del Pd: da partito degli iscritti a partito degli elettori (storicamente, le due principali modalità di organizzazione partitica) Renzi dovrebbe essere così generoso da ringraziare pubblicamente chi gli fece da battistrada: Walter Veltroni, primo segretario del Pd, colui che almeno tentò, non riuscendoci, di fare una operazione simile. Renzi, come ha osservato Antonio Polito sul Corriere di ieri, dovrà cambiare la «macchina» e impadronirsi dei gruppi parlamentari (creature, per lo più, dell’apparato antirenziano) e dovrà farlo fronteggiando, contestualmente, le quotidiane esigenze della politica politicienne, tallonare il governo, rintuzzare gli attacchi degli avversari esterni, eccetera.

Ma condizione indispensabile perché riesca a fare politica (o almeno la politica che egli dice di voler fare) è che riduca il partito ai suoi voleri, superando e sconfiggendo sia le adesioni insincere che arrivano a valanga (l’ef fetto banduragoning, saltare sul carro del vincitore) sia le resistenze più o meno passive che si manifesteranno. Sarà interessante soprattutto vedere come Renzi affronterà una questione per lui cruciale, quella dell’«oro del Pci» (il patrimonio immobiliare del vecchio partito). L’Italia è un curioso Paese nel quale può accadere che i beni di chi è stato dichiarato ufficialmente defunto non passino agli eredi, come ci si aspetterebbe, ma vengano invece messi «al sicuro» in qualche Fondazione, in attesa di non si sa che cosa. Renzi ha due ottime ragioni per affrontare la questione. Se non ne viene a capo non potrà sconfiggere definitivamente il vecchio partito di apparato. E non potrà tenere fede all’impegno di abolizione (vera) del finanziamento pubblico ai partiti. Si ritroverebbe al verde o quasi. Le donazioni che affluirebbero dai suoi sostenitori probabilmente non gli basterebbero. E con pochi soldi è difficile fare politica. La difficoltà più grave, naturalmente, è data dal fatto che un partito degli elettori, per prosperare, per dispiegare davvero la «vocazione maggioritaria», ha bisogno di un contesto esterno fondato su una logica, appunto, maggioritaria, non proporzionale. Con la proporzionale sguazzano soprattutto i partiti (oligarchici) degli iscritti, quelli in cui la difesa dell’identità fa premio sulla ricerca di nuovi consensi, non i partiti (carismatici) degli elettori. I nemici di Renzi, sia interni al partito che esterni, sanno bene cosa dovranno fare per logorarlo e, infine, batterlo: conservare gelosamente l’insperato regalo che ha fatto loro la Corte costituzionale.