Onorevoli colleghi,

L’approvazione del disegno di legge costituzionale all’esame dell’Aula, che fissa le linee guida, le regole, e l’iter che dovrà essere osservato per pervenire alle auspicate riforme della Parte II della Costituzione, rappresenta il primo importante passo per superare definitivamente la fase di transizione che dura oramai da troppo tempo nel nostro Paese, e modernizzare ed adeguare finalmente il sistema politico-istituzionale italiano ai cambiamenti imposti dalla società internazionale e globalizzata in cui viviamo.

Il tema delle riforme costituzionali in particolare accompagna il dibattito politico italiano da oltre trent’anni. Da allora innumerevoli sono state le iniziative, le proposte e i tentativi di modernizzare la nostra democrazia. I risultati raggiunti, tuttavia, sono stati inferiori alle aspettative.

Eppure, nonostante l’impianto del sistema (c.d. costituzione “formale”) sia rimasto pressoché inalterato, il nostro assetto politico-istituzionale (c.d. costituzione “materiale”) è cambiato profondamente.
In primo luogo perché è mutata la domanda politica che viene dalla società: l’internazionalizzazione dei mercati e il processo di evoluzione dell’Unione europea hanno rivoluzionato il ruolo dei pubblici poteri nel governo dei processi economici.

In questo momento di crisi, assume infatti particolare forza il valore anche economico rappresentato da istituzioni che funzionano: l’efficienza istituzionale è una variabile fondamentale per la competitività del sistema economico, e quindi per la sua capacità di affrontare la crisi, la recessione in atto e le pesanti ricadute sociali ad essa connesse.
Per questo i cittadini sono interessati in prima linea al percorso delle riforme istituzionali, che determinano quei processi che vanno ad incidere quotidianamente ed in maniera determinante sulla loro vita, sulle norme che regolano le loro attività, il loro lavoro, la loro famiglia, il loro agire giorno per giorno, il loro futuro.

La necessità di possedere gli strumenti capaci di mettere Governo e Parlamento nelle condizioni di prendere decisioni efficaci e fondamentali per i cittadini in tempi rapidi, rende il tema del cambiamento istituzionale uno snodo ineludibile ed una priorità assoluta.

Il rischio è quello di continuare a vivere in una democrazia che sia “fintamente partecipativa”, ovvero una democrazia che possiede una serie di strumenti in grado di assicurare la “rappresentanza”, ma che allo stesso tempo non risulta capace di garantire decisioni.

Questo Governo di responsabilità nazionale, che può e deve rappresentare un nuovo inizio per il nostro Paese, è un’occasione che dobbiamo avere la capacità di cogliere fino in fondo, soprattutto nell’ambito delle riforme istituzionali.

Questo Governo è chiamato a giocare un ruolo fondamentale in Europa, dove con forza dobbiamo essere in grado di trattare, di trattare per l’Italia, per il presente e per il futuro; e questo sarà possibile solo se il nostro Paese sarà forte, solo se questo Parlamento si dimostrerà all’altezza di una visione riformatrice, non solo declamata, ma concretizzata attraverso l’approvazione delle necessarie riforme istituzionali.

Tra l’altro, rimanendo in tema di rapporto dialettico tra Governo e Parlamento, in questa particolare fase e con una maggioranza di larghe intese, il provvedimento in esame si inserisce proprio nel cuore del rapporto tra il potere esecutivo e il potere legislativo, proprio perché disciplina un procedimento di revisione costituzionale che vede Governo e Parlamento assolutamente protagonisti.

Il Governo perché ha posto le modifiche della Costituzione al centro del suo programma, decidendo persino di inserire nella propria squadra un Ministro dedicato: il Ministro per le riforme costituzionali. Il Parlamento perché dovrà approvare delle riforme che riguarderanno parti importanti della Costituzione, attraverso il chiaro percorso delineato all’interno del disegno di legge all’esame oggi di quest’Aula.

Nel pieno rispetto della centralità del Parlamento e del regime parlamentare che caratterizza la nostra democrazia, questo disegno di legge, già approvato dal Senato, è una proposta del Governo, ma nasce in seguito a una mozione del Parlamento che ne chiedeva al Governo la presentazione. Si è dunque trattato di un atto che ribadisce la centralità del Parlamento; è al Parlamento che viene affidato, in via esclusiva, il percorso riformatore. Anche per quanto riguarda il contenuto delle riforme costituzionali, resta assolutamente centrale il lavoro delle Camere.

Il disegno di legge dal Governo ha quindi “tradotto” la mozione parlamentare, a cominciare dall’indicazione dei 18 mesi di tempo al Comitato per procedere con le riforme: tale indicazione, ovvero la scansione temporale del procedimento, è una questione centrale ed è un elemento di consapevolezza da parte del Parlamento.
La fissazione di termini non svolge quindi soltanto una funzione regolatoria dell’iter, ma ha anche un altro valore.

Ovviamente non si tratta di termini perentori, ma i termini posti assumono una connotazione squisitamente politica, perché rappresentano la chiara espressione della volontà di pervenire a un risultato positivo. E non solo: tali termini rappresentano anche la consapevolezza che il Parlamento ha e si assume in merito alla necessità assoluta delle riforme, proprio per uscire da quella fase di transizione “perenne” a cui il nostro Paese è abituato. E’ la consapevolezza di ciò che il Paese si aspetta da noi.

E su questo terreno il Paese e i cittadini si aspettano che non si perda tempo, che non ci sia un ulteriore rinvio delle riforme. Diventa dunque fondamentale procedere per venire giustamente e consapevolmente incontro a questa aspettativa, e recuperare quel rapporto con i cittadini che da diverso tempo è oramai caratterizzato da una crescente sfiducia nei confronti della politica.

Passa proprio da qui, quindi, da questo nostro sforzo, la possibilità di instaurare una rinnovata fiducia da parte degli italiani nelle istituzioni e nella politica. L’autorevolezza e la credibilità della politica passano dalla capacità di affrontare le questioni, dalla velocità e dall’efficacia dei tempi di decisione, dal coraggio di saper sostenere il cambiamento, anche mettendo mano alla nostra Costituzione che non deve essere considerata un tabu, né approcciata con istinti conservatori, proprio perché dobbiamo rispondere al mutamento della domanda della società civile, che da troppo tempo chiede alle istituzioni un adeguamento.

Non possiamo più permetterci il costo di istituzioni inefficienti, un costo che l’Italia ha pagato in misura crescente negli ultimi trent’anni. A differenza delle altre grandi democrazie dell’Occidente, da tempo interessate da processi di riforma, all’appuntamento con la competizione globale il nostro Paese si è trovato sprovvisto di strumenti adeguati alla portata delle decisioni da assumere. Fino alla situazione difficile e preoccupante che siamo stati chiamati ad affrontare nei mesi scorsi, quando abbiamo deciso di assumere la responsabilità di Governo, davanti ad un sistema politico divenuto di fatto tripolare, gravato non solo dalla debolezza strutturale del potere esecutivo, ma anche da un bicameralismo paritario ormai unico al mondo e da una legge elettorale concepita per un quadro bipolare.

In particolare la legge elettorale ha un peso non secondario nell’orientamento della configurazione istituzionale, e nel corso degli anni ha subito diversi cambiamenti proprio per tentare di “adeguare” il nostro sistema e di mettere l’Esecutivo nelle condizioni di avere un’effettiva ed incisiva capacità di “governare”, forte di una maggioranza parlamentare in grado di sostenerlo.
Ma per essere realmente efficace, una riforma della legge elettorale deve essere inserita in un coerente contesto di norme costituzionali e regolamentari.

La legge elettorale è quindi uno strumento che serve a rendere coerente ed efficace il modello istituzionale prescelto. Ha senso quindi compiere una scelta solo se si ha coscienza della “meta” del processo riformatore. Ed è per questo che è stata coerentemente inserita all’interno dell’ambito di azione del Comitato per le riforme costituzionali che andiamo ad istituire, a cui spetterà anche l’esame dei progetti di legge aventi ad oggetto la riforma della legge elettorale, che necessariamente dovrà essere conseguente al nuovo assetto che nel merito il Parlamento andrà a decidere.
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Strettamente legata è poi la questione relativa alla forma di governo per cui il nostro Paese deve optare.
A tale riguardo, come è stato più volte dibattuto, abbiamo di fronte due strade: la forma di governo parlamentare razionalizzata e una forma di governo presidenziale. Nell’effettuare tale scelta, sarà necessario individuare il sistema più idoneo a restituire legittimazione e capacità decisionale alle istituzioni, elevando al contempo il grado di trasparenza e di accountability del potere; un sistema che sia in grado di garantire governabilità e rappresentatività attraverso una effettiva separazione dei poteri, attualmente assai “fragile”, e in cui la politica è totalmente “schiacciata” e a volte incapace di agire.

Nel momento in cui poi saranno messi a disposizione del Governo strumenti idonei a realizzare con efficacia e tempestività il proprio programma, tra l’altro, potrà concretizzarsi anche di porre un limite all’abuso della decretazione d’urgenza e al ricorso sistematico alla questione di fiducia su maxi emendamenti, che negli ultimi decenni hanno logorato il rapporto tra potere legislativo e potere esecutivo e inciso negativamente sulla qualità della produzione normativa

È altrettanto evidente poi la necessità di ridistribuire i livelli decisionali e le risorse secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, senza creare inutili e dannose sovrapposizioni di competenze, che determinano solo contenzioso e blocco decisionale.
Un riordino dei criteri di riparto delle competenze fra i diversi livelli di governo è fondamentale per porre fine alla eccessiva frammentazione che oggi rappresenta un fattore di grave complicazione istituzionale. Allo stesso tempo, occorre restituire allo Stato quella essenziale funzione di coordinamento finalizzata da un lato a garantire i diritti fondamentali sul territorio nazionale, e dall’altro a promuovere i migliori modelli organizzativi recuperando le situazioni di inefficienza, coniugando i principi di responsabilità e di solidarietà.
Il rispetto dei suddetti principi sarà in grado di assicurare la piena rappresentatività delle istituzioni, ristabilendo quindi quel consenso e quella “corrispondenza” che deve stabilirsi fra “governanti e governati”.

In un momento di grande fermento ed in una fase di totale “rivoluzione” dello stesso concetto di partito, chiamato in prima persona a porre nuove basi per ristabilire il rapporto tra politica e società civile, caratterizzato negli ultimi anni da un evidente “scollamento”, anche i partiti si stanno trasformando, sforzandosi di dirigersi verso le effettive esigenze dei cittadini che, come detto, hanno una “domanda politica” del tutto diversa rispetto al passato.

Nel pensare a riforme che riguardino i partiti, il vero rischio da scongiurare è innanzitutto quello di un cattivo finanziamento. Oltre al dato quantitativo, altrettanto importante è la questione dei criteri di finanziamento e di utilizzo delle risorse. Per questo, l’impegno che il Governo e questa maggioranza hanno assunto e stanno portando avanti con convinzione è quello del superamento di un sistema di finanziamento di tipo “pubblico” a favore di un sistema di tipo privato, che cambia totalmente la prospettiva e meglio risponde all’effettiva esigenza di rilegittimazione dei partiti politici come strumento a disposizione dei cittadini per partecipare alla vita politica del Paese.

Una politica che sia effettivamente rappresentativa e legata al territorio, orientata verso il bene comune e la responsabilità nazionale.

Un’ultima nota di “metodo”: ho avuto modo di accennare in merito a come il processo di riforme delineato dal disegno di legge in esame sia moderatamente semplificato rispetto alla procedura attualmente prevista dall’articolo 138 della Costituzione, e come il Parlamento sia comunque assolutamente protagonista delle riforme. Un dato evidente posto a garanzia dell’intero processo, che in certo senso “rafforza” la previsione dell’articolo 138 è comunque la previsione di richiesta di referendum confermativo sulle leggi costituzionali approvate, anche in caso di approvazione da parte di una maggioranza che superi i due terzi dei componenti del Parlamento. E’ questa la migliore garanzia per le opposizioni di partecipare fino in fondo al processo riformatore, stimolato da un Governo e da una maggioranza parlamentare che di fatto già comprende i due terzi dei parlamentari, ma che, riguardando la modifica del nostro sistema istituzionale, vitale per l’intero Paese, ha bisogno di un consenso che sia il più ampio possibile.

Mi auguro che il processo riformatore questa volta possa procedere senza intoppi per giungere a conclusione. Sarebbe la scrittura di una pagina importante per l’Italia, e la dimostrazione che questo Parlamento è in grado di assumersi la grande responsabilità, di fronte ai cittadini e di fronte al Paese, di non sciupare questa importante occasione e di riuscire a governare il cambiamento, dando effettiva testimonianza di coesione nazionale, di maturità istituzionale e di efficacia nel ricercare soluzioni condivise ai problemi del Paese.

Mariastella Gelmini