“Onorevoli colleghi, guardiamo con fiducia e con determinazione all’appuntamento di Bruxelles del 27 e 28 giugno 2013 perché la politica economica, e in particolar modo i temi della competitività, dell’occupazione e della crescita saranno al primo posto dell’agenda dell’incontro.

 

QUI trovate il video integrale dell’intervento dell’On. Gelmini alla camera il 25 giugno 2013

 

Per tutti noi che abbiamo guardato, e guardiamo, con preoccupazione alle difficoltà che l’Italia ha incontrato ed incontra in quella che riteniamo essere una decisiva e non più rinviabile ri partenza – quella  che noi chiamiamo il “secondo tempo” della crescita e dello sviluppo -, la due giorni del Consiglio Europeo rappresenta pertanto un punto di svolta che è giusto caricare di aspettative ed ambizioni: per delineare e per decidere le azioni necessarie per promuovere l’occupazione giovanile ed il finanziamento dell’economia, avendo sullo sfondo l’impegno a progredire nel completamento dell’Unione economica e monetaria e in particolare quella bancaria.

Andiamo a Bruxelles a testa alta, avendo incassato la raccomandazione della Commissione Europea, al Consiglio dell’Unione, di chiudere la procedura aperta nei nostri confronti per disavanzo eccessivo quasi tre anni fa, nel gennaio 2010. E da pochi giorni, il 21 giugno, avendo poi avuto “disco verde”, cioè  parere favorevole, dal Consiglio Ecofin.

E’ bene ricordare come all’origine della decisione del Consiglio di aprire nei confronti dell’Italia una procedura per disavanzo eccessivo era stata una relazione assai pessimistica della Commissione europea le cui proiezioni, relative al biennio 2009-2010, verranno poi smentite  dai dati di consuntivo della stessa.

Come voi sapete, onorevoli Colleghi, il quadro disegnato dalla Commissione era così negativo dall’escludere il nostro Paese dalla possibilità di considerare eventuali “fattori rilevanti”: per tutti i due terribili terremoti de L’Aquila e dell’ Abruzzo,nel 2009, dell’Emilia Romagna e della Lombardia nel 2012.

Nonostante ciò  i risultati da noi conseguiti sono stati nettamente migliori, frutto di grandi sacrifici del popolo italiano e di manovre di risanamento finanziario che hanno impegnato gli ultimi nostri governi.

E che sono intervenute, è bene ricordarlo, all’interno di un quadro normativo assai avanzato in una materia quale quella del controllo della finanza pubblica.

Aggiungo poi che con l’approvazione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione è stata prevista, anche in Italia, l’istituzione del “Fiscal Council” ( l’ “Ufficio parlamentare di bilancio”), organismo indipendente di analisi e di verifica degli andamenti macroeconomici e di finanza pubblica, in stretto raccordo con le istituzioni europee e nazionali.

Il pareggio strutturale di bilancio 2013, non dimentichiamolo, è un traguardo che solo 6 Paesi su 17 rispetteranno con ogni probabilità nell’Eurozona.
Ma siamo ancora, tuttavia, lontani dall’aver  imboccato la buona strada.

Noi tutti conveniamo che la fase recessiva che attraversiamo è dovuta anche al cosiddetto ‘credit crunch’, combinazione di  crisi internazionale e frammentazione dei mercati finanziari. E’ sotto gli occhi di tutti la crisi della nostra industria.

Gli indicatori economici mostrano una sensibile contrazione del nostro potenziale produttivo: chiudono le nostre imprese, soprattutto le PMI, e la disoccupazione, in particolare quella giovanile e diminuiscono i consumi.

Se, da un lato, non era pensabile non intraprendere politiche di lotta agli sprechi e di risanamento dei conti, di contenimento, di razionalizzazione e riqualificazione della spesa, dall’altro la tempistica particolarmente celere e l’assenza in Europa di misure anticicliche sono fattori che hanno contribuito- accanto ai naturali e alla difficoltà di riformare settori determinati – giustizia, burocrazia, fisco- a far cadere il paese in una profonda recessione.

Ora tocca all’Unione. Tocca all’Unione confermare la promessa e l’impegno dei Consigli europei di giugno e dicembre 2012,  del marzo 2013 contro la disoccupazione giovanile come richiesto dai Deputati under 35.

Parole come “crescita economica”, “produttività”,”competitività crescita dell’occupazione” debbono tornare a far parte del vocabolario dell’Unione. Tornare ad essere la lingua viva di un Continente che ha saputo costruire libertà, pace e benessere dopo la grande tragedia del secolo scorso.

Ella, Presidente, può contare su un’ampia maggioranza non solo in Parlamento ma nel Paese, una maggioranza che chiede a gran voce non meno Europa ma più Europa, un’Europa dei popoli, della solidarietà e della prosperità. Bisogna ripartire dall’unità europea voluta da De Gasperi, Shuman, Adenauer che ritenevano l’economia strumento per una pace stabile e un benessere comune e restituire centralità alla sovranità popolare.

L’Europa deve essere l’Europa dei popoli e non una tecnocrazia fautrice di disuguaglianze e piegata agli interessi e al volere dei paese più forti.

Noi più di tutti siamo stati per decenni quelli che più hanno creduto nella pienezza dell’unità europea.
Questo è il punto decisivo per cui, Presidente Letta, non si tratta di battere i pugni istericamente e velleitariamente sul tavolo. Ma di imporre il valore forte e determinante della costruzione urgente degli Stai Uniti d’Europa, senza cui il nostro Continente diventerà la periferia dell’impero “Cindia”, ancora sottoposto al volere della Germania.

Per questo occorre ripristinare l’egemonia della politica e dei suoi ideali sulle pretese di chi vuole sostituire la pari dignità con la gerarchia del prodotto interno lordo, secondo una logica inaccettabile.

Trovo intollerabile che si usi l’unione monetaria per rallentare l’integrazione europea e l’unione politica

Peraltro, tra un anno, dal 1° luglio 2014, l’Italia avrà la ‘presidenza semestrale’ dell’Unione europea. Il nostro augurio ed il nostro impegno è di arrivarci uniti, dopo aver finalmente iniziato il secondo tempo della ripresa e cominciato a vedere primi nuovi segnali: lavoro per i giovani, voglia di rimettersi in gioco dei nostri imprenditori, meno tasse, meno burocrazia, le banche a fiancheggiare lo sviluppo, di nuovo innovazione.

Chi ha letto il documento con cui la Commissione europea propone il rientro dalla procedura d’infrazione per l’Italia, potrà avere contezza delle relative raccomandazioni. Si tratta di sei punti in cui si accenna alle più importanti riforme da realizzare: riforme che riguardano il contenimento del perimetro dello Stato, la riforma della giustizia, la lotta all’evasione e alla corruzione, le liberalizzazioni, la riduzione della pressione fiscale, la produttività e la riorganizzazione del mercato del lavoro, una diversa politica fiscale centrata più sulle cose che non sulle persone e via dicendo. Lo spirito prevalente è un buon approccio liberale: da sempre il DNA del PDL.

Sono le riforme volute da Schroeder nel 2003, su cui, oggi, Angela Merkel ha costruito le sue fortune di leader europeo, anche se dall’incerta egemonia, come sottolineavo all’inizio. Ma quei risultati sono stati ottenuti solo grazie ad una deroga del Patto di stabilità di allora. Operazione resasi necessaria per gestire politicamente una fase particolarmente difficile, anche se meno difficile di ora. Visto che allora gli Stati Uniti erano in grado, con la loro politica a debito, di trainare l’intera economia mondiale. Il mancato rispetto dei vincoli finanziari fu la condizione per evitare che le riforme – quelle importanti ed incisive – fallissero sulla spinta della protesta sociale. L’uso della leva pubblica ne fu lo strumento ed al tempo stesso la precondizione.

Dobbiamo seguire quell’esempio e non quello della Grecia o della Spagna. Paesi in cui il prevalere di un astratto rigorismo sta distruggendo ricchezza avvitando i rispettivi Paesi in un circolo vizioso. Su queste riforme e non solo sui numeri del deficit la Commissione dovrebbe intervenire: monitorare i processi reali e sulla base dei relativi risultati assolvere o condannare i singoli Paesi per deficit eccessivo. Se non ci sarà questo cambiamento saremo, come in passato, costretti ad operare al “margine”. Tosare questo o quel capitolo di bilancio. Aumentare questa o quella imposta. Cambiare un “poco” perché nulla effettivamente cambi. E’ una strada che abbiamo tentato in tutti questi anni. Lo ha fatto il centro destra e il centro sinistra ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: dalla crisi non solo non siamo usciti, ma quel baratro che Mario Monti diceva di voler scongiurare è ancora di fronte a noi. Più profondo che mai.

Sono quindi d’accordo con la logica più profonda dell’ultimo articolo di Giavazzi ed Alesina sul Corriere della sera. Non illudiamoci di risolvere il problema della disoccupazione, specie giovanile, con i 400 milioni o giù di lì che la Commissione europea ci farà la grazia di concedere. Non basta il “restyling” né il “fine tuning” di cui parlano spesso gli americani. Il bisturi delle riforme deve incidere nella carne viva del Paese, ma per evitare che il conseguente stress sociale diventi talmente insostenibile da impedirne l’avvio, dobbiamo disporre di adeguati ammortizzatori sociali. E questi non possono che derivare da una riscrittura intelligente delle regole del gioco. Non per cullarci nella spensieratezza di una volta, ma per operare concretamente e dare all’Italia una prospettiva degna di essere vissuta e far si che i continui sacrifici che fino ad oggi abbiamo imposto al nostro popolo non siano, come purtroppo finora è stato, dei semplici vuoti a perdere. Senza prospettiva, ma soprattutto senza speranza.

L’Italia continuerà a fare la propria parte sulla tenuta dei conti ma il Consiglio Europeo sia l’occasione per rivendicare il diritto ad una prospettiva di crescita ed investimenti e ad un nostro protagonismo politico e decisionale in Europa”.

Mariastella Gelmini