di Alberto Quadrio CurzioIl Sole 24 Ore del 31.10.2012

La disoccupazione giovanile (per persone tra i 15 e i 24 anni) e il suo aumento nella crisi sono ormai un’emergenza per i danni durevoli sulla vita dei giovani e sul potenziale produttivo. Il tasso di disoccupazione giovanile è nella Ue al 25% (oltre 5 milioni di persone), in Spagna è oltre il 50%, in Italia è al 35% (con il Mezzogiorno quasi al 47%), in Germania è al 10%.

Dal 2007 al 2012 in quasi tutti i Paesi europei si è avuto un aumento del tasso di disoccupazione giovanile con un record (prescindendo dalla Grecia) di 35 punti percentuali in Spagna ma anche con un forte aumento in Italia pari a 13 punti percentuali.
Poi ci sono i giovani inattivi perché fuori da percorsi scolastici o formativi e che non cercano lavoro. Sono gli scoraggiati che si avviano all’emarginazione economica e sociale per i quali si è già creata una classificazione internazionale NEET (Not in Education, Employment or Training) che ne denota la strutturalità. Questa percentuale degli scoraggiati sul totale delle persone tra 15 e 24 anni è quasi al 20% in Italia ma anche in Germania è al 10%. La perdita di Pil, imputata ai NEET, è stimata in media europea all’1,2% e per l’Italia al 2%. Rispettivamente si tratta di oltre 150 e 30 miliardi persi.
Di fronte a queste gravi situazioni si pongono almeno due problemi alla Ue,all’Eurozona e all’Italia posto che si intenda davvero consolidare una democrazia che sia a un tempo equa ed efficiente. Ovvero civile e competitiva.

Il primo problema riguarda l’effetto delle politiche restrittive di finanza pubblica volute dalla Ue e Uem che hanno aggravato la recessione e la disoccupazione. In Italia il tasso di disoccupazione era del 6,8% nel 2008 e a fine 2012 supererà il 10,7%. Se per valutare il grado di inutilizzo della forza lavoro si considerano anche gli scoraggiati e i cassaintegrati, si superano ampiamente i 4 milioni di persone. Per questo il nostro Governo deve incalzare le Istituzioni europee sia per rilanciare la crescita e attuare quegli investimenti in infrastrutture sia per chiedere un’effettiva attuazione del “growth compact”. Ne abbiamo spesso trattato consapevoli che se i danni economici e sociali superano una certa soglia gli effetti diventano (quasi) irreversibili.
Il secondo problema è quello di disegnare e attuare delle politiche per favorire i raccordi tra istruzione e lavoro sia durante i percorsi scolatici sia successivamente. Al proposito vi sono importanti elaborazioni e progetti della Commissione europea. Molte sono le politiche per favorire l’ingresso dei giovani nel lavoro e per aumentare la probabilità ch’essi vi rimangano.

La più nota sono gli investimenti nell’istruzione e nella formazione. Questo è difficile in Paesi compressi nei rigori di bilancio (come l’Italia) ma comunque non basterebbe. Ci vuole infatti un progetto da perseguire nella continuità. Il che l’Italia non ha fatto in passato.
Non potendo entrare in tutte le politiche possibili ed utili progettate e/o attuate in vari Paesi europei consideriamo alcune indicazioni fornite dagli studi citati.
La prima politica è che nei Paesi sviluppati il completamento delle scuole secondarie superiori (che a seconda dei casi si ha tra 15 e 18 anni) risulta importante per l’entrata nel lavoro, per la successiva formazione continua, per i passaggi di mansioni, per le progressioni di carriera.
La seconda politica è quella di favorire o di offrire percorsi di istruzione con formazione professionale utile da un lato per favorire il passaggio dalla scuola al lavoro e dall’altro per evitare gli abbandoni per gli studenti non portati ad una istruzione strettamente scolastica. Il modello di maggiore successo è il sistema duale tedesco che combina istruzione scolastica con apprendistato in una coniugazione virtuosa. In forma più tenue ci sono attività di lavoro part-time durante gli studi.

La terza politica riguarda un sistematico tutorato informativo, sia durante l’iter scolastico obbligatorio sia nelle scelte di istruzione o di formazione professionale con riferimento alla domanda di lavoro nei diversi contesti territoriali.
Per fare tutto ciò in Italia ci vorrebbe continua collaborazione tra le istituzioni, le associazioni di imprese, le Camere di commercio, gli operatori del terzo settore in applicazione della sussidiarietà che genera solidarietà creativa per lo sviluppo. Le poche iniziative singole virtuose del passato non ci hanno tolto dalla condizione di avere i tassi di attività e di occupazione dei giovani tra i più bassi in Europa. Non è escluso inoltre che l’interazione tra formazione e lavoro si riduca ulteriormente per la stretta sulla flessibilità in entrata nel mercato del lavoro.

Vi sono però anche iniziative del Governo in carica che vanno nella direzione giusta.Tra queste il progetto Fixo-scuola-università che punta a realizzare presto 30 mila stage formativi e di orientamento nonché 5 mila contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca. Più interessanti per la loro concretezza ci paiono i poli tecnico-professionali, per collegare filiere formative e produttive, ai quali molto tiene il Ministro Profumo, perché potrebbero correggere quell’anomalia italiana segnalata di recente dal vice presidente di Confindustria Ivan Lo Bello. E cioè che negli ultimi 20 anni mentre la nostra economia aumentava la sua domanda di tecnici di medio livello,gli iscritti agli istituti tecnici scendevano del 30%!

Fonte: Il Sole 24 Ore