Italia da privatizzare

di Alessandro BarberaLa Stampa del 27.03.2012

Il dibattito sull’alienazione del patrimonio pubblico resta in disparte, soffocato da lavoro e liberalizzazioni. Ma da lì possono arrivare risparmi significativi. Il mercato non è favorevole? A Londra  non la pensano così

Dal 1516 rappresenta l’ultimo baluardo dello Stato imprenditore. L’ultima azienda pubblica di servizi di tutto il Regno Unito. Ora la Borsa riprende fiato e il governo di David Cameron ci riprova: secondo gli analisti della City Royal Mail vale fra i tre e i quattro miliardi di sterline. Se tutto andrà secondo i programmi, dall’autunno 2013 le Poste di Sua Maestà passeranno nelle mani dei privati. Poco importa quale strada si sceglierà, se la quotazione in Borsa o la vendita diretta a privati. Né se gli inglesi potreranno a compimento una privatizzazione di cui discutono da anni. La domanda è un altra: e noi? Che intende fare il nostro governo in materia di privatizzazioni in una fase nella quale – lo dimostra il caso della riforma del mercato del lavoro – il governo va ogni giorno a caccia di risorse?

Le stime più accreditate – la più nota è quella dell’Istituto Bruno Leoni – dicono che le sole partecipazioni dello Stato in aziende pubbliche (quotate e non), e gli asset ad esse connesse, valgono cento miliardi di euro. Una cifra da sola sarebbe sufficiente a finanziare per dieci anni una seria riforma degli ammortizzatori sociali. E’ vero – lo ricorda il sottosegretario Gianfranco Polillo – «che le regole europee ci impongono di portare i proventi da privatizzazioni a riduzione del debito, e non per finanziare spesa corrente». Ma è altrettanto vero che una riduzione degli oneri per cento miliardi significherebbe – ai costi attuali – risparmiarne quattro di euro di interessi ogni anno. Se poi alle partecipazioni sommassimo il valore del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti locali il totale della ricchezza pubblica supera i 400 miliardi di euro. Se il governo Berusconi prometteva ma non manteneva, il governo Monti nemmeno promette. Le privatizzazioni sono uscite dalla lista delle priorità. «Eppure con le privatizzazioni si potrebbe risparmiare anche in spesa corrente», spiega Carlo Stagnaro dell’Ibl. «Basta pensare agli oneri di servizio pubblico che lo Stato paga ogni anno a Poste: 360 milioni di euro l’anno». La tesi di Ibl è che mettendo a gara quel servizio, oggi in monopolio, si potrebbe risparmiare almeno la metà di quella cifra. Abbastanza per finanziare il fondo per le non autosufficienze.

«Le privatizzazioni sono facili a dirsi ma difficili a farsi», dice Polillo. «Certo, se avessimo già fatto una seria “spending review”, come quella dei governi britannici, i sostenitori delle privatizzazioni avrebbero più frecce al loro arco». Come a dire che fino a quando si discuterà di come e dove risparmiare dal funzionamento della macchina dello Stato, i sostenitori del «no alla vendita degli ultimi gioielli» avranno la meglio. «E non c’è dubbio che l’enorme peso del servizio del debito, e i lauti interessi che garantisce a chi sottoscrive i titoli, hanno un effetto spiazzamento sugli investimenti privati». Ma – aggiunge Polillo – «è altrettanto vero che vendere agli attuali valori di Borsa significherebbe svendere patrimonio». Stagnaro non è d’accordo: «In questa materia ogni scusa è buona: quando c’è crisi si paventa il rischio la svendita, viceversa si dice che privatizzare non conviene perché si perdono lauti dividendi».

I fatti dicono che i timori di Stagnaro hanno un fondamento: mentre la pressione fiscale e il debito continuano a salire, la politica discute di tutto tranne che di privatizzazioni. Se c’è un argomento di dibattito, è semmai come investire l’enorme liquidità (fra i 70 e i cento miliardi) dell’ultima cassaforte pubblica, la Cassa depositi e prestiti. C’è chi vorrebbe fargli acquistare Snam, chi la rete telefonica e quella ferroviaria, altri ancora vorrebbero che investisse nel rilancio del Monte dei Paschi di Siena. E così, mentre Oltremanica si discute della privatizzazione di Royal Mail, qui si va in direzione opposta. Basti pensare all’operazione con la quale pochi mesi fa, Bancoposta ha acquisito con la regìa del ministro Tremonti una banca privata, Mediocredito centrale. Un’acquisizione funzionale alla creazione di una banca pubblica, la Banca del Sud. Proprio l’istituto nel quale, secondo le indiscrezioni, potrebbe approdare il numero uno uscente di Poste Massimo Sarmi.

Fonte: La Stampa