Di Tonino Bettanini – Da Il Foglio

Carducci scrive che “La canaglia sanculotta, strillando il Ça ira, cantava le massime del Nazareno, il quale anche affermava di essere venuto in questo mondo a portare non la pace ma la spada”.

“Nostalgia canaglia”. cantava invece Albano Carrisi. Ma la canaglia di cui parliamo oggi non é un aggettivo. E non è il turpiloquio che attraversa la politica e che dotti opinionisti hanno analizzato sulle due corazzate della stampa quotidiana. Con tanto di excursus storico — tra le due Repubbliche — alla ricerca di epigoni, a cominciare dall’Umberto con la sua Lega, fino a Sgarbi e alla storia di queste ore, la battuta di Calderoli e la goffa excusatio per la sua passione fisiognomica. Si tratta di volgarità intesa come presa di distanza, consapevole, dal bon ton istituzionale. Provocazioni motivate., notiziabili per eccellenza. Living theatre della politica. Lo stesso Grillo, nell’adattare l’invettiva con cui si è affermato nei circuiti della satira, alla performance della piazza politica, di fatto, proprio in quanto singolo “attore” politico, finisce per normalizzare il turpiloquio, aspettativa e cifra della sua comunicazione. ll suo guaio semmai è di finirci dentro con i ritmi ossessivi della sua oratoria, al punto che diviene impensabile immaginarlo dire una parola gentile. Ma se qui parliamo di canaglia intendiamo una cosa diversa. Ben oltre il perché e il per come – madamin!, direbbero a Torino – saltano fuori maleducati che non credevi, tipo Alessandra Moretti o Sandro Gozi, fine europeista, che dice: “ll Pdl mi fa schifo…”.

Parliamo di canaglia all’esito di un lungo percorso di delegittimazione della politica che i media tradizionali hanno costruito, fin dagli anni 90, alla ricerca di nuovi attori con l’ambizione di rimettere le cose a posto. Dai cultori della “questione morale”, verso la fine della Prima Repubblica, non a caso sostituiti dai magistrati democratici, fino agli imprenditori di una società civile nemica del professionismo politico. Un’accelerazione ha poi impresso l’infotainment, promuovendo la devianza sociale e il suo straniamento al rango di ospite della trasmissione. Per arrivare a oggi – al contrappasso per la fine della politica aristocratica della Prima Repubblica – dove corrono in parallelo due forme di disintermediazione dalla politica tradizionale: della tv e della rete.

In tv la politica viene sottoposta al bagno dell’ ignominia con la comparsa di veri e propri professionisti dell’invettiva, ad esempio gli imprenditori del nord che vantano crediti dallo stato, nuovi proletari cui affidare le note di “Bella ciao”. E non importa che la piazza mediatica sia di destra. Ma il tiro al bersaglio è più mirato e cattivo nella rete. Dove, espugnata la casamatta della mediazione, molti navigatori che coraggiosamente si celano dietro la maschera di Alan Moore e del suo romanzo grafico “V for Vendetta”, svolgono una vera e propria azione quotidiana di demolizione psicologica dell’avversario politico ricorrendo all’insulto e prevalentemente alla minaccia. ll linguaggio è spesso primitivo. L’ortografia povera, oltre gli incerti del laptop. E’ un lumpenproletariato della parola politica che scrive di un suo deputato: “Favia andrebbe sgozzato… Quest’uomo di merda… dovrebbe essere ammazzato per dare l’esempio”. E’ ii paradosso di una comunicazione globale che sente, violenta ed esclusiva, una propria appartenenza e che usa la rete contro la madre di ogni vera libertà, la reciprocità. Giuliano Noci – che studia le interazioni tra comunicazione politica nella rete e nei media tradizionali – osserva come sia ancora una minoranza, questa, della canaglia. Per quanto culturalmente distinta (e distante) anche la videocomunicazione M55, ad esempio nel suo rapporto con i militanti, ha – nel suo frame ieratico – una qualche parentela di formato con l’estremismo islamico e comunque con una forma dogmatica, autoritaria del pensiero. E forse dell’azione.