Di Piero Formica – Da Il Sole 24 Ore


Dalla politica all’imprenditorialità, sale la richiesta di meritocrazia il cui deficit consuma le aspirazioni d’innovazione della generazione del Millennio e la mette all’angolo, condannandoli al precariato e alla disoccupazione.

Nel solo 2009, il 79% dei posti di lavori cancellati dalla Grande Recessione ha riguardato i giovani tra i 18 e i 29 anni. Oggi, in numero crescente, si muovono alla ricerca delle terre dell’opportunità fuori dal Paese e lungo le nuove frontiere delle innovazioni tecnologiche. Un sondaggio Gallup ha mostrato l’esile impronta meritocratica della nostra società. A fronte di 54 italiani su 100 che credono meritocratica la loro società, stanno 69 francesi, 74 tedeschi, 78 inglesi e 89 americani. Il divario è un gran fossato anche guardando a Oriente, rispetto a Cina (93%), India (90%) e Australia (82%). Ecco perché, ricercando le terre dell’opportunità, i giovani italiani dell’era digitale si spingono sia verso Occidente, sia in direzione della vasta regione dell’Asia-Pacifico.

È la tirannia dei gerontocrati al timone del Paese che tiene a freno lo slancio meritocratico e rende esasperatamente lento il ricambio generazionale ai posti di comando. Che le conseguenze siano nefaste lo dice la lunga lista dei benefici che verrebbero a mancare se, sciaguratamente, si assistesse a una vera e propria fuga della generazione del Millennio. È questa la generazione che dà agilità al corpo sociale abbattendo gli alti steccati che separano il lavoro dalla vita personale. Sono i giovani che saziano la sete imprenditoriale delle aziende più innovative. Sono loro, nati digitali ed esperti in tecnologia, a suggerire nuovi modi di lavorare. Sono quelli del Millennio che, ritrovandosi tra le nuvole di Internet, creano reti sociali e aziendali che spalancano al Paese le porte dell’internazionalizzazione.

Siamo entrati nella decade delle Olimpiadi dell’Innovazione. A fine decennio, a giochi conclusi, prenderemo dimestichezza con imprese, prodotti e servizi a noi ancora sconosciuti. Grazie alla rivoluzione digitale siamo immersi in un universo geo-sociale ove splendono le stelle di Facebook, Qzone (la sua versione cinese) e Twitter. C’è poi il bio-universo in cui le sequenze del genoma umano si convertono in prodotti che cambieranno prevenzione e cura della salute. Eppure, l’indomani della recessione globale è stato un brutale risveglio per i più giovani della forza lavoro, con molti tra loro dotati di un alto potenziale d’imprenditorialità. Sul cielo d’Italia potremmo veder brillare più stelle di imprenditori in erba che avviano imprese innovative, ad alto potenziale di crescita. Dalla valorizzazione imprenditoriale delle tecnologie alimentari, energetiche e abitative a quelle della mobilità sostenibile e della salute, le start up innovative dei Millennial dimostrano di non essere una versione tascabile delle grandi imprese, bensì di rappresentare un nuovo modo di fare impresa. E la forza delle loro innovazioni sta nel numero dei posti di lavoro che creano. Infatti, per ogni posto che le vecchie imprese distruggono annualmente, le startup innovative ne aggiungono mediamente tre.

A ragione i Millennial pretendono che sia finalmente la meritocrazia ad assestare un bel colpo di frusta alle gambe della pigra società italiana. La loro disoccupazione è un imperdonabile spreco di ricchezza futura, giacché la popolazione giovanile è un grande serbatoio di talenti innovativi. Tra costoro, tanti i potenziali imprenditori le cui avventure nel mondo dell’innovazione trainata dalle scoperte scientifiche sono precluse dalla carenza di quel propellente che è il capitale di rischio. Eppure ci sarebbe lo spazio per far volare nel cielo della creazione d’impresa gli “angeli degli affari”, quegli individui che tanto contribuiscono con le loro risorse intellettuali e monetarie al decollo delle start up e che tanto scarseggiano nel nostro Paese. Basti pensare che le famiglie italiane in cui rientrano gli individui in questione svettano nel mondo per la ricchezza detenuta. Copriamo l’1% della popolazione e rappresentiamo il 3% del Pil mondiale, ma la quota della ricchezza familiare è ben superiore, pari al 5,7%: 350mila euro di ricchezza in media per nucleo familiare, ma pochi angeli disposti a destinarne una seppur minima quota ai giovani imprenditori innovativi. Per giunta, col 10% delle famiglie che possiedono il 45% della ricchezza totale, il gruppo degli investitori individuali potrebbe essere particolarmente folto. Non è così.

Se le nostre famiglie sono poco indebitate, il Paese è in debito d’imprenditorialità innovativa. Si compra la casa alla prole, non si investe, però, nel figlio giovane ricercatore disposto a correre il rischio di una nuova idea e a farla accadere. Ai giovani aspiranti imprenditori dell’innovazione, famiglie e business angel voltano le spalle. Ma non nella vicina Francia in cui tante sono le agevolazioni fiscali per gli investitori in capitali di rischio, fino a poter tagliare del 75% le imposte sul patrimonio investendo in start up un importo equivalente. Disegnando una tassazione che premia l’imprenditorialità, la semina di capitali di rischio, oggi dieci volte meno abbondante che in Francia, produrrebbe l’humus per far sbocciare fresche e innovative risorse imprenditoriali che all’Italia non fanno difetto.