Di Fabrizio ForquetIl Sole 24 Ore del 05.12.2012

Con le elezioni alle porte il Senato si sta trasformando sempre più in una palude. Sabbie mobili pronte a inghiottire anche quel poco di buono che c’è tra i tanti provvedimenti allo studio delle Camere. Mentre il rilancio della crescita rischia di trasformarsi sempre di più in argomento buono solo per i convegni.

L’ultima vittima della bagarre di Palazzo Madama sono le infrastrutture. In una notte di ordinario caos in Commissione, infatti, è andato smarrito l’abbassamento della soglia da 500 a 100 milioni per poter accedere al credito di imposta. Come dire: in un colpo solo decine di potenziali opere vengono tagliate fuori. Cantieri, investimenti, posti di lavoro che non potranno essere attivati. Proprio quando ce ne sarebbe un assoluto bisogno, come testimoniano i dati resi noti ieri dall’Ance. Secondo l’associazione dei costruttori, infatti, nel 2012 il settore dell’edilizia, da sempre determinante per il Pil italiano, ha visto una caduta del 7,6%, con una previsione per il 2013 ancora negativa del 3,8 per cento.

Davanti a questi numeri servirebbe una politica consapevole dell’emergenza in atto. Invece ancora una volta prevalgono negativamente le divisioni e i veti. In questo caso interni al governo stesso, con il ministero dell’Economia che ha stoppato la misura per ragioni di copertura. Eppure il credito di imposta riguarda le nuove opere, cantieri che probabilmente non sarebbero mai attivati. Quindi la perdita di gettito è tutta teorica, perché fa riferimento a entrate che comunque non ci sarebbero.

I sacerdoti dei conti avranno certamente calcoli e argomenti tecnici a sostegno dei loro «no». Il rigore nella finanza pubblica, del resto, è la religione di questo giornale (se lo spread è calato fino a quota 300 lo si deve anche a questa responsabile gestione dei conti). Ma qui serve una consapevolezza “rivoluzionaria” dell’emergenza che l’economia reale di questo Paese sta attraversando. Non è tempo di ragionieri, anche se “generali” e “dello Stato”. È tempo di scelte politiche forti, immediate, adeguate alla realtà economica di imprese e lavoratori sempre più allo stremo.

Mancano poche settimane, forse qualche mese, alla fine della legislatura. Il tempo ormai è quello che è. Governo e Parlamento si dimostrino all’altezza della difficoltà del momento, decidano tra le tante norme in Parlamento quali sono le priorità per affrontare le urgenze dell’economia e le portino fino in fondo attraverso un accordo trasparente e consapevole.
Non è solo il credito di imposta per le infrastrutture, evidentemente. Nella lotteria del Senato ieri sono state impallinate anche alcune misure sui prepensionamenti che potevano essere molto utili a gestire le crisi industriali. Così come è saltato il finanziamento all’Ice, uno strumento essenziale per recuperare ruolo e competitività all’estero. Disco rosso infine per le norme sulle semplificazioni, che sono rimaste fuori dal decreto e rischiano di non vedere mai la luce.

Malgrado le rassicurazioni del Governo, poi, resta nel limbo la delega fiscale, con il suo contenuto di semplificazione del sistema tributario, di certezza del diritto, di nuova trasparenza nel rapporto tra contribuente e Fisco. Mentre va tenuta ben alta la vigilanza sulla legge di stabilità, con la sua dote per la produttività di 2,150 miliardi di euro in tre anni che fa appetito a molti.
Con tutta questa carne al fuoco c’è da augurarsi che quella di ieri sia stata solo una cattiva giornata. Ma si fa fatica a crederlo. Il clima di sfilacciamento in Parlamento è ormai oltre i limiti di guardia. Con quel che rimane del Pdl in preda all’anarchia. Con un Pd distratto dalle primarie, che ormai guarda alle elezioni e vive con insofferenza l’esperienza del governo Monti. Con ministri che sembrano sempre più preoccupati del loro futuro politico piuttosto che di una dignitosa chiusura di legislatura.
Intanto il Paese affonda in questa palude. Servirebbe uno scatto di leadership politica. Ma nessuno sembra più neppure preoccuparsene.

Fonte: Il Sole 24 Ore