Riforme

Di Massimo Franco – Da Il Corriere della Sera

Senato, dubbi reali e paure infondate

Roma, 22 lug. 2014: Si può anche sostenere che ieri è cominciata la settimana decisiva per le riforme. Ma sarebbe la decima volta che si dice negli ultimi tre mesi, o giù di lì. Chissà, magari potrebbe diventare tale se il governo usasse meglio l’arte della mediazione. La prima giornata di votazioni al Senato semina qualche dubbio in proposito. L’atteggiamento verso le minoranze si è rivelato rigido: così rigido da favorire le critiche di sempre dentro il Pd e gli attacchi più strumentali e chiassosi delle opposizioni, fino all’ostruzionismo. Per una maggioranza che ne vuole uscire viva, e non solo vittoriosa, si tratta di prendere atto dei tempi parlamentari; e di non esasperare un percorso che prevede un esito storico e che dunque va facilitato, non intralciato.
L’immagine del «masso sui binari», con la quale il premier Matteo Renzi ha additato i sabotatori della riforma, è efficace. Rende l’idea del treno in corsa, proiettato a forte velocità verso un traguardo e fermato proditoriamente. Il problema è che di «massi», nel senso di emendamenti, ce ne sono poco meno di ottomila. E se la tentazione di Palazzo Chigi è di identificare come ostacoli anche le critiche ragionevoli, l’ingombro rischia di gonfiarsi, e i sassolini di trasformarsi in macigni. Nella certezza della sconfitta, e sapendo che il governo ha fretta, gli avversari possono soltanto sperare di rallentarne la corsa.

Tacciare chiunque resista alla riforma come un nostalgico della Prima Repubblica serve a metterlo di fronte alle proprie responsabilità, ma anche ad aizzarlo. Eppure, il testo iniziale oggi appare meno indigesto agli occhi di una larga maggioranza dei senatori grazie alle limature e al dialogo imbastiti nelle scorse settimane. Anche per questo è diventato difficile assecondare la tesi di un autoritarismo strisciante, cara agli avversari del premier. In agguato non ci sono dittature di coalizione, semmai squilibri istituzionali e pasticci. Il problema non può essere identificato nell’elezione indiretta dei senatori, legittima nel momento in cui si vuole superare il bicameralismo.

Forse, ci si può chiedere se consiglieri regionali e sindaci siano l’espressione più genuina del «nuovo corso». Le spese incontrollate e gli inquisiti che alcuni enti locali regalano all’Italia dicono che l’inadeguatezza della classe politica comincia proprio da lì. Ma lasciamo scivolare sullo sfondo il dubbio che il Senato possa diventare un concentrato dei difetti delle Regioni. L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di modernizzare il Parlamento; evitare le sovrapposizioni; e lasciare governare l’Esecutivo senza perdite di tempo. L’altro, più popolare, è di ridurre i costi della politica diminuendo il numero dei senatori a cento.

Da queste premesse meritorie dovrebbe cominciare a prendere forma la nuova istituzione entro l’8 agosto. Ma l’unico modo per riuscirci è di limitare drasticamente la discussione degli emendamenti. Il governo si aspetta che Palazzo Madama risolva il problema. L’ingorgo, tuttavia, è politico. E senza dialogo, per il «sì» occorrerà più tempo: molto più tempo. Invece di essere il laboratorio-principe della strategia della velocità renziana, il Senato ne mostrerebbe i limiti. Per piegare i passatisti, al presidente del Consiglio non basta avere ragione: occorre che gliela diano gli altri. Anche se Renzi ritiene di averla già avuta il 25 maggio: non dai senatori ma dagli elettori.