Di Sergio Romano – Da Il Corriere della Sera

Dopo la sentenza in Cassazione

Roma, 21 ago. 2013: Piaccia o no, la sentenza della Cassazione ha creato una situazione che nessuno può ignorare. Occorre aspettare che la Corte d’appello di Milano definisca nuovamente la durata delle pene accessorie e del periodo nel corso del quale Silvio Berlusconi non sarà eleggibile. Ma è ormai certo, salvo circostanze oggi imprevedibili, che il leader del Pdl trascorrerà un periodo agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali e non farà parte del Parlamento. Non so se la sua carriera possa considerarsi definitivamente conclusa. Ma un uomo duttile e realista, come Berlusconi ha dimostrato di essere in parecchi casi, non può ignorare che la sentenza, nella parabola della sua vita politica, è un imprescindibile spartiacque.

È ancora aperta, invece, un’altra questione più gravida di immediate conseguenze politiche: se Berlusconi abbia il diritto di restare in Parlamento in base alla legge Severino sulla corruzione. Quando l’applicazione della legge a un deputato o a un senatore esige un passaggio parlamentare (prima nella giunta delle elezioni, poi nell’Assemblea di appartenenza), il problema smette di essere esclusivamente giuridico. Nessuno può dimenticare che la cacciata di Berlusconi dal Senato avrebbe effetti politici. È possibile delegittimare il leader di un partito senza che quest’ultimo resista alla tentazione di considerarsi punito, offeso, vittima di una strategia ostile? È possibile, se il partito è membro di una coalizione governativa, che la sua decapitazione, per mano di quelli con cui deve governare, non si ripercuota sulla qualità e sulla durata della convivenza? È utile per il Paese andare con gli occhi bendati verso una crisi (possibile se non addirittura probabile) nel momento il cui il maggiore interesse nazionale è la stabilità?

È difficile immaginare che i membri della giunta non siano consapevoli dell’esistenza di questi e altri interrogativi. Si potrebbe osservare che vi sono questioni di pubblica moralità in cui un parlamentare ha il diritto e il dovere di votare secondo coscienza. È vero. Ma la coscienza dei membri della giunta sarebbe ancora più tranquilla se si dimostrassero consapevoli di questi rischi e dessero spazio, prima di pronunciarsi, all’esame di certi dubbi sulla applicabilità delle legge Severino che sono stati sollevati anche da giuristi non conosciuti per le loro simpatie berlusconiane. Se accettassero questa riflessione dimostrerebbero, oltre a tutto, che anche la politica ha diritto alla sua autonomia e che non vi è equilibrio fra i poteri dello Stato là dove uno trasferisce automaticamente le decisioni dell’altro nell’area di propria competenza.

Questo delicato passaggio diverrebbe meno difficile se Berlusconi, dal canto suo, si rendesse conto delle proprie responsabilità. Ha fondato un partito che continua ad avere i consensi di una parte del Paese e ha creato così le condizioni per una democrazia dell’alternanza. Spetta a lui evitare, con un passo indietro, che questo partito dipenda interamente dalla sua leadership. Spetta a lui assicurare la transizione e lasciare dietro di sé un personale politico capace di raccogliere quella parte della sua eredità che è ancora utile al Paese. È questo il lavoro «socialmente utile» che potrebbe dare un senso al crepuscolo della sua avventura politica.