Di Mariastella Gelmini – Da Il Giornale

Il rischio è non vedere, dietro la novità formale, la continuità sostanziale con la storica politica della sinistra.

Roma, 18 mar. 2014: Non saremo certo noi di Forza Italia, fieramente cresciuti nella diversità berlusconiana rispetto alla vecchia politica, a negarlo. Il rischio però, ed è esattamente quello su cui punta il marketing renziano, è non vedere dietro la novità formale, di toni e di stile, la continuità sostanziale, di scelte e di priorità, con la storica politica della sinistra. Prendo un tema che coinvolge l’essenza del nostro popolo, il popolo dei liberali e dei moderati: il ceto medio. Le partite Iva, anzitutto. Nell’orizzonte miracolistico dipinto dal premier brilla l’assenza totale di qualunque riferimento alle partite Iva. I famosi 80 euro che, da fine maggio, dovrebbero irrobustire (ammesso si possa usare questo verbo) le buste paga e ridurre (ri-ammesso) il cuneo fiscale, coinvolgono l’universo dei lavoratori dipendenti e degli ex «Cococò». Nulla per le partite Iva, per i giovani coraggiosi che lavorano in proprio, o sono costretti a farlo, che danno vita a start-up spesso innovative, che non di rado rappresentano lo spicchio più avanzato del mondo del lavoro contemporaneo. Le partite Iva hanno già tutele infinitamente ridotte rispetto a chi ha un contratto da dipendente, ed ora non vengono nemmeno beneficiate dal (relativo) sollievo sul cuneo fiscale. Ancora e sempre, è il ceto medio a pagare un’indifferenza, se non un’ostilità, radicate nella cultura di sinistra, sia nella versione novecentesca che in quella postmoderna renziana.

Ancora. Il presidente del Consiglio insiste sull’abbattimento del 10% dell’Irap, da ottenere con l’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie dal 20 al 26%. Cioè una mera «rimodulazione» della pressione fiscale esistente, un gioco delle tre carte a somma invariata. Una politica economica liberale, viceversa, dovrebbe prefiggersi l’obiettivo, direi perfino l’imperativo morale, di ridurre le tasse tramite sostanziosi tagli alla spesa pubblica, non semplicemente di redistribuirle in base a più o meno fondati canoni di «equità». Colpevolizzare la rendita è un atteggiamento moralistico e datato, il quale non s’accorge che così, più che il segmento dei miliardari, si va a colpire una vasta fetta di risparmiatori, perdipiù intervenendo spesso su accantonamenti già passati al setaccio del Fisco. Né ci convince l’argomento comparativo, tutto strumentale, per cui ci si allineerebbe alla media europea. La media europea non può essere un feticcio a corrente alternata. Il «total tax rate» medio (il carico fiscale complessivo che grava sull’impresa) in Europa ammonta al 44,2% dei profitti commerciali, mentre in Italia è del 68,6%, proporzione che riporta anche lo sbandierato alleggerimento dell’Irap alle sue dimensioni: un’aspirina a un malato terminale. O aggrediamo il Moloch fiscale con politiche davvero schock, direi thatcheriane, o lasciamo in pace le medie europee.

L’agenda di Renzi, in sintesi, mi pare tutt’altro che liberale, nonostante i peana di molta stampa. Al massimo, possiamo dire che Renzi sia un socialdemocratico pop. Non mi pare sufficiente, per il Paese, per le aziende, per la ripresa.