“La spesa pubblica è in calo ma non taglieremo le tasse”

Intervista di Carlo Bertini al Ministro Piero GiardaLa Stampa del 10.04.2012

Dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse, ma una razionalizzazione degli apparati dello Stato per non far crescere la spesa, raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e mantenerlo negli anni a venire».

A tre settimane dalla consegna a Mario Monti della prima relazione sullo stato dell’arte, dal suo studio che affaccia su Palazzo Chigi, il professor Piero Giarda ridimensiona le attese di quanti invocano sforbiciate di spesa capaci di produrre subito una manciata di miliardi.

Ministro Giarda, dopo le manovre fiscali, il paese si aspetta che venga tagliata la spesa per recuperare risorse mirate a diminuire le tasse. È una pia illusione?

«E’ vero, quasi ogni giorno escono sollecitazioni affinché il governo, dopo avere aumentato le tasse, riduca la spesa pubblica per garantire gli obiettivi sul pareggio di bilancio e per consentire, allo stesso tempo, di ridurre le tasse. Ma finora il governo non ha annunciato progetti di riduzione della spesa».

E perché scusi?

«Questo perché i tagli varati nei passati tre anni, ancora prima dell’intervento sulle pensioni, sono stati molto significativi e dovrebbero esercitare i loro effetti proprio nel 2012 e 2013. Gli interventi sulla spesa hanno riguardato il blocco degli stipendi pubblici, il blocco parziale delle nuove assunzioni, la riduzione della spesa sanitaria, il taglio delle spese per acquisto di beni e servizi e anche la cancellazione o la drastica riduzione di programmi di finanziamento di enti e soggetti esterni alla pubblica amministrazione. Come risultato, il totale della spesa pubblica dal 2009 al 2013 si presenta costante, circa 727 miliardi di euro al netto degli interessi, un fatto che non ha precedenti nella storia della Repubblica che, al contrario, si è caratterizzata sempre per aumenti da un anno all’altro».

Quindi ormai è stato tagliato tutto quello che si poteva?

«Mantenendo inalterato il confine attuale tra servizi pubblici e privati, si può razionalizzare con tagli o riduzioni della spesa riferite alle amministrazioni centrali, di regioni ed enti locali. Ma nelle quotidiane sollecitazioni, anche autorevoli, vengono proposti scenari di maggior rigore. In questa visione, si procede smontando o chiudendo in parte i programmi di spesa esistenti: meno scuole statali, più carceri private, più sanità privata, meno polizia di Stato e più vigilantes, fine dei sussidi al cinema, ai giornali e alla lirica, chiusura dei parchi regionali e così via. E’ questo l’approccio dei profeti della spesa pubblica del primo tipo».

Lei si iscrive invece nella categoria dei profeti di secondo tipo?

«Andiamo con ordine. Il governo ha invece annunciato un programma di spending review diretto a due obiettivi. Il primo, di rendere effettivi i tagli agli stanziamenti di bilancio per acquisto di beni e servizi attuati con le manovre degli anni precedenti. Che, per la loro entità e magari per l’aspettativa di vincoli di bilancio meno stringenti, molte amministrazioni centrali e periferiche non stanno rispettando: è questo il vero motivo per cui si stanno indebitando. Il secondo, di indurre le amministrazioni centrali a rendere economica la gestione dei servizi pubblici, perseguendo l’efficienza della produzione e l’economicità degli acquisti. Poiché gran parte dei servizi della amministrazione centrale sono ad alta intensità di lavoro e poiché non ci sono soldi per finanziare le innovazioni di processo che sarebbero necessarie, il riaggiustamento della spesa pubblica richiede di razionalizzare le condizioni di offerta dei servizi pubblici sul territorio (dalla scuola ai penitenziari); di considerare l’impiego di personale negli uffici dei ministeri e di assicurare che l’energia, la benzina, le matite e i fucili siano acquistati a prezzi minimi di mercato».

Interventi che portano benefici solo sul lungo periodo…

«Chiudere i centri di produzione periferica e svuotare gli uffici pubblici richiederebbe in primo luogo di licenziare immediatamente un certo numero di dipendenti, e qeusto non so se lo Stato può farlo. Oppure, e questo è invece ciò che auspico, si tratterebbe di gestire nei prossimi 6 anni, quindi nell’ultimo scorcio della attuale legislatura e in tutta la prossima, i cambiamenti di processo, il turnover dei dipendenti, la chiusura di una quota significativa delle “fabbriche”: scuole, università, prefetture, galere, caserme, uffici del lavoro e della motorizzazione, eccetera. Che, distribuite sul territorio nazionale, provvedono all’attuale fornitura di servizi pubblici. Insomma una visione costruita su un programma pluriennale, con obiettivi precisi, diretta a razionalizzare l’offerta di beni e servizi pubblici, eliminando sprechi e inefficienze Il risultato di scelte consapevoli delle amministrazioni interessate, sostenute dalla mano del governo. E’ questo l’approccio dei profeti della spesa pubblica della seconda specie».

Ma come si può fare per risparmiare subito una quota di spese da impiegare nella crescita o per diminuire la pressione fiscale? Si era parlato di 4-5 miliardi recuperabili dalla spending review…

«Quelli che ho descritto sono progetti diversi tra loro, ma uno non esclude l’altro. Il primo comporta lo scardinamento della “way of life” del settore pubblico italiano e idealmente non ci sono limiti a quanto del pubblico può essere smontato. Il governo per ora ha scelto un progetto diverso più definito, con costi e conseguenze non credo banali sull’organizzazione della vita pubblica. Insomma, i profeti della prima specie che invocano tagli immediati dicano quali servizi pubblici vorrebbero smontare e trasferire al mercato».

Fonte: La Stampa