Lavoro e previdenza, l'uno-due obbligato

di Guido GentiliIl Sole 24 Ore del 20.03.2012

Lavoro e pensioni sono collegati. Bella scoperta, si potrebbe dire. Chi mai penserebbe il contrario? In pratica, però, un intero Paese il contrario l’ha fatto per decenni, in barba alle poche voci che hanno provato a sollevare il problema. Il Paese è l’Italia, che ha accumulato un debito pubblico enorme, infischiandosene degli andamenti demografici e di ciò che i padri non lasciavano (o lasciavano, come i debiti) ai figli.

Allo stesso tempo, nello stesso Paese, si è affermato quello che Marco Biagi definiva il peggiore mercato del lavoro in Europa. Un mercato spezzato in due, tra garantiti e non garantiti. Biagi voleva combattere la precarietà e insieme allargare l’occupazione attraverso una maggiore flessibilità del lavoro. Sappiamo come è finita: assassinato e sepolto due volte, dalle Br e dalle bugie. Dieci anni dopo pensioni e lavoro sono al centro dell’agenda del Paese. E già è una buona notizia che la riforma delle pensioni approvata col decreto Salva Italia dal neonato Governo Monti e la volata per quella del lavoro abbiano camminato, in sostanza, di pari passo. Sì, lavoro e pensioni sono collegati.

Ieri al convegno “Tuttopensioni” del Sole 24 Ore il ministro Elsa Fornero, con il realismo ruvido che le appartiene, ha spiegato con pochissime e comprensibili parole questo intreccio. In pensione, ha detto, «si va con i propri soldi e non con quelli degli altri». E anche: «Non è più percorribile la strada di mettere a carico della collettività gli oneri per pre-pensionare gli addetti delle aziende in difficoltà». Una pratica assai comoda e diffusa, naturalmente a spese dello Stato, il quale più intermedia più apre la valvola dei possibili scambi impropri.

Che poi la riforma-blitz delle pensioni (bisognava agire subito, si rischiava di non pagarle, le pensioni, ha chiarito il ministro) abbia aperto dei buchi normativi non c’è dubbio. È il caso degli “esodati”, un piccolo popolo senza fortuna colto dalla riforma a metà del guado tra il licenziamento volontario concordato e la riscossione della pensione.
Con lo spostamento in avanti dell’età minima pensionabile gli “esodati” si sono trovati di colpo scoperti. Senza stipendio e senza pensione, in una zona grigia che fa veder loro, comprensibilmente, tutto nero. E ha fatto bene il ministro Fornero a fissare una data (30 giugno) per la soluzione del problema.

Ma nel Cambia Italia la riforma delle pensioni deve accompagnarsi al varo di quella del lavoro. La posta in gioco è altissima per il Governo, la maggioranza che lo sostiene e le parti sociali. Il monito lanciato ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «non devono prevalere gli interessi di parte, sarebbe grave un accordo senza tutti») spiega da solo la delicatezza del momento.

Il Governo è deciso ad andare fino in fondo, cioè al punto di presentare la riforma in Parlamento anche in assenza di un accordo tra (e con) le parti sociali. Ipotesi del tutto legittima, anche se lo stesso ministro Fornero ha precisato che un’intesa con il consenso di imprenditori e sindacati rappresenterebbe un «valore aggiunto». Come dire: sarebbe molto meglio.

Ma la strada è accidentata. Ieri sera non c’era nemmeno l’accordo tra i sindacati sulla posizione da portare al tavolo col Governo. Le imprese sono preoccupate dal possibile aumento dei carichi burocratici e dei costi. Da un lato ci sarebbe un risparmio per lo Stato, visto che scenderebbe il peso della cassa integrazione straordinaria, ma dall’altro crescerebbe il costo del lavoro per le imprese su cui l’ipotesi di riforma del sistema degli ammortizzatori sociali ricarica l’onere economico della nuova strumentazione. Si procede insomma sul filo del rasoio. E d’altra parte un accordo capace di mettere tutti d’accordo, ma nei fatti pasticciato, riporterebbe l’Italia in Europa allo stato di osservata molto speciale. Una mezza riforma non serve a nessuno.

Colpisce peraltro che ancora una volta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia tornato ad essere il collo di bottiglia che imprigiona tutto il negoziato, giunto ormai alle ultime, decisive battute. Quei sindacati – Cgil, Cisl e Uil – che già nel 1985 avevano sancito la necessità di una revisione strutturale della materia con l’approvazione di un documento del Cnel, a trent’anni o quasi di distanza non riescono a compiere il passo decisivo. «Complessivamente – c’era scritto in quel documento – l’esperienza applicativa dell’articolo 18 non suggerisce un giudizio positivo sull’istituto della reintegrazione, che nei termini generali del nostro diritto non trova riscontro in alcun altro ordinamento».

Marco Biagi lo ricordò giusto dieci anni fa, ma tutto cadde nel vuoto e nel silenzio. Possibile non si riesca ad uscire da questa trappola?

Fonte: Il Sole 24 Ore