Di Massimo Franco – Da Il Corriere della Sera

Non serve a molto analizzare la qualità del discorso di Matteo Renzi in Parlamento.

Era scontato che pagasse qualcosa all’inesperienza, all’emozione, e al modo convulso e controverso col quale è approdato alla presidenza del Consiglio. Il giudizio su di lui non si baserà su quanto ha detto ieri, ma su quello che riuscirà a fare da oggi. La sua apparizione alle Camere consegna l’immagine di un leader fin troppo sicuro di sé; determinato a scuotere l’Italia; e accolto da gran parte dei senatori con un impasto di curiosità, diffidenza e perplessità: tanto più che il premier non ha nascosto di volere una riforma per svuotare il ruolo del Senato.

La fiducia nei suoi confronti, dunque, non può che essere un’apertura di credito e un antidoto alla disperazione di una classe politica e di un Paese impantanati nelle proprie contraddizioni. È un po’ troppo autoconsolatoria l’idea di un «Palazzo del potere» lento e sconnesso da una società italiana raffigurata come dinamica. Il sospetto è che ci si trovi a dover combattere una mentalità appartenente non solo alla politica ma anche a pezzi consistenti della cosiddetta classe dirigente e dell’opinione pubblica. Per questo è così difficile sradicarla affidandosi unicamente a categorie come «velocità» e «gioventù».

[Esplora il significato del termine: Non serve a molto analizzare la qualità del discorso di Matteo Renzi in Parlamento. Era scontato che pagasse qualcosa all’inesperienza, all’emozione, e al modo convulso e controverso col quale è approdato alla presidenza del Consiglio. Il giudizio su di lui non si baserà su quanto ha detto ieri, ma su quello che riuscirà a fare da oggi. La sua apparizione alle Camere consegna l’immagine di un leader fin troppo sicuro di sé; determinato a scuotere l’Italia; e accolto da gran parte dei senatori con un impasto di curiosità, diffidenza e perplessità: tanto più che il premier non ha nascosto di volere una riforma per svuotare il ruolo del Senato. La fiducia nei suoi confronti, dunque, non può che essere un’apertura di credito e un antidoto alla disperazione di una classe politica e di un Paese impantanati nelle proprie contraddizioni. È un po’ troppo autoconsolatoria l’idea di un «Palazzo del potere» lento e sconnesso da una società italiana raffigurata come dinamica. Il sospetto è che ci si trovi a dover combattere una mentalità appartenente non solo alla politica ma anche a pezzi consistenti della cosiddetta classe dirigente e dell’opinione pubblica. Per questo è così difficile sradicarla affidandosi unicamente a categorie come «velocità» e «gioventù». ] Renzi si propone come l’uomo chiamato a dare l’estremo colpo d’aratro a un terreno duro, a rischio di desertificazione. È convinto di farcela perché altrimenti si aprirebbe la strada delle elezioni anticipate, che un Parlamento sotto accusa vede come un attentato alla propria sopravvivenza; e perché si consoliderebbe un declino del quale si colgono già indizi drammatici. I suoi progetti, tuttavia, si sono rivelati così indeterminati da lasciare uno sconcerto diffuso. Più che un programma è stata illustrata una lista di titoli, elencati con una miscela di passione, confusione e propensione all’azzardo.
Il fatto che il capo del governo si dia delle scadenze temporali è positivo: è un segno di coraggio. Anche se probabilmente non ha alternativa, dopo avere accusato il predecessore, Enrico Letta, di avere perso tempo: un ritardo che le oscillazioni del Pd renziano hanno prolungato. Ma il segretario ha dalla sua l’appoggio quasi unanime e intimidito del proprio partito; quello del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano; e, per ora, regge l’asse istituzionale con Forza Italia sulla riforma elettorale. Non è poco.

Politicamente, lo stato di necessità e il paracadute berlusconiano sono una sponda solida, e aprono davvero orizzonti di legislatura. Ma in parallelo tolgono qualunque alibi al presidente del Consiglio che, dopo aver voluto fortemente Palazzo Chigi, adesso deve «fare». Se fallisce, ammette, la colpa sarà esclusivamente sua. Nessuno ne dubita. Ha promesso di spazzare via il passato e lo ha fatto con l’aggravante di una vistosa assenza di umiltà. Le sue parole sono apparse un ibrido tra un programma di governo e un comizio elettorale. C’è solo da sperare che alla fine prevalga il primo e non il secondo: se lo augurano tutti, per l’Italia.