L'equilibrio acrobatico del «fare»

Di Guido Gentili – Da Il Sole 24 Ore
Non può permettersi di non fare, il Governo Letta, e per questo ha in cantiere un decreto battezzato “del fare”. Però si muove sullo sfondo di risorse decrescenti, al pari della continua flessione del Prodotto interno lordo, il denominatore-chiave nei rapporti con deficit e debito che a loro volta perimetrano in Europa (con una discrezionalità assai elastica specchio di una governance tanto intricata e complessa da divenire incerta) i margini di azione della politica economica.

Il tutto fermo restando che, a parte lo sblocco dei debiti della Pubblica amministrazione per l’anno in corso ed il prossimo, una maggiore flessibilità non è prevista e dei suoi effetti si riparlerà nel 2014, in attesa che la Commissione europea definisca i criteri guida (non ci sono ancora, a dispetto dell’invocatissima crescita) sulle spese produttive che possono essere escluse dal conto del deficit pubblico.

L’Italia è appena uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo scommettendo sul premio di un minor costo del finanziamento del suo gigantesco debito, ma il Governo cammina sulle uova con passo leggero. Primo, perché – in un contesto dove anche le incertezze sullo scudo antispread si scaricano sui mercati e sui tassi d’interesse – deve tenere i conti pubblici sotto controllo. Nella stagione in cui la solvibilità degli Stati sovrani non è più un dato acquisito, se viene meno la credibilità, ha avvertito di recente il presidente della Bce, Mario Draghi, questo vuoto “rapidamente si traduce in separazione delle banche dal resto del mercato finanziario dell’euro e nella mancanza del credito per il settore privato”. Esattamente il caso dell’Italia.

Secondo, perché la scala delle priorità è, all’interno della maggioranza che lo sostiene, politicamente fin troppo mobile. A cominciare dall’Imu (e dall’Iva, in lista d’attesa, e dalla riduzione delle tasse sul lavoro, definita dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni obiettivo di medio termine) le prime mosse della politica fiscale risentono di queste vischiosità. E del fatto che, alle condizioni date, le risorse da mettere sul piatto sono comunque al minimo (abolire l’Imu prima casa costa 4 miliardi, rinviare di sei mesi l’aumento dell’Iva 2 miliardi) e che la regola costituzionale del pareggio di bilancio non consente svolazzi sulle coperture finanziarie.
D’altra parte, fermarsi in attesa di (presunti) tempi migliori potrebbe rivelarsi a sua volta una mossa sbagliata.

Le previsioni sull’andamento del Pil peccano da anni di eccesso di ottimismo: la sua caduta si ripercuote negativamente nei rapporti col deficit e col debito e può arrivare a determinare la necessità di una manovra di correzione per rispettare gli impegni presi in Europa. A sua volta, ogni correzione può tradursi in un calo del reddito e dei consumi e ridurre il livello delle entrate (non compensata dai tagli alle spese), il che peggiora i rapporti deficit/debito e richiede ulteriori correzioni. Una spirale senza fine.

Quanto all’avanzo primario pubblico (cioè al netto della spesa per gli interessi), esso ci ha permesso di tenere sotto il 3% il rapporto deficit/Pil e di uscire così dalla procedura d’infrazione. Mentre per il debito l’Italia si presenta in Europa nel quadrante dei “cattivi”, superata solo dalla Grecia, per il deficit siamo tra i “buoni”, alle spalle della sola Germania. Sono le due facce della stessa realtà, ma se la riduzione del debito (che dal 2015 dovrà scendere di un ventesimo l’anno per la parte eccedente il 60% del Pil) dovrà contare sulla sola, forte corsa (al ritmo 4-5% l’anno rispetto al Pil) dell’avanzo primario, bisogna domandarsi se questa sarà sostenibile. Storia e prassi dicono no, mentre la Corte dei Conti ha appena osservato che per garantirsi che il bilancio in pareggio comporti anche il rispetto del vincolo sul debito, “all’Italia è richiesto una tasso di crescita nominale del Pil di un punto superiore a quello richiesto al complesso dei Paesi dell’area dell’euro, per tutti i prossimi vent’anni”. Ma non solo. L’avanzo primario deve comunque restare per anni più alto di quello degli altri Paesi, Spagna compresa, anche nell’ipotesi che lo spread fra i vari Paesi e la Germania fosse azzerato. Ipotesi non realistica, osserva la Corte, e dunque percorso ancora più impervio. E impossibile per un Paese con l’economia reale a terra, la base industriale erosa, disoccupazione record, welfare scassato, fisco insostenibile ed un reddito per abitante tornato ai livelli del 1997.

Tra fare e non fare (o fare low cost, agendo soprattutto dal lato della sburocratizzazione dell’economia, cosa pure fondamentale) il Governo Letta è in equilibrio acrobatico, come tale precario. Ne discendono due esigenze. La prima: tessendo alleanze pro-crescita, scuotere e rinvigorire l’albero europeo prima che questo, essiccandosi dopo essere stato nutrito di sole regole via via più austere e complicate, si abbatta sui singoli Paesi in difficoltà. La seconda: alzare il livello della sfida di politica economica evitando di chiudersi nella solita contrapposizione sinistra/destra e ribaltando le aspettative. Le risorse sono poche? Terapia d’urto: si tiri fuori dal cassetto la pagina dimenticata delle agevolazioni fiscali (720 con impatto sul gettito di 254 miliardi) nel quadro di una riforma complessiva del sistema tributario. Nel 2011 andò a vuoto il tentativo di completare la manovra estiva con un taglio a queste agevolazioni, fatto che ha poi costretto a ricorrere alla clausola di salvaguardia – proprio l’aumento delle aliquote Iva – per rispondere alle preoccupazioni dell’Europa. Nel 2012, con la legge di stabilità per il 2013, fece la stessa fine il proposito di servirsi del riassetto delle agevolazioni per finanziare la riduzione delle prime due aliquote irpef. La manovra non è facile, ma cosa è più facile a questo punto?