L’Italia che esporta e vince la crisi

di Francesco ForteIl Giornale del 26.04.2012

Fra i tanti dati negativi, che recano pessimismo, non dobbiamo dimenticare quelli positivi, spesso non abbastanza valorizzati, dai maggiori media italiani e internazionali, che amano parlar male dell’Italia. Abitudine diffusa soprattutto nella sinistra snob. Emerge con chiarezza che il nostro commercio estero sta andando bene e che l’industria italiana non è affatto in declino, nonostante la crisi, ma sta diventando, anche per la pressione di questa, più competitiva.

Il nostro export, durante lo scorso anno e nei primi mesi di questo, è in forte crescita particolarmente nell’area extra Unione europea, che presenta tassi di crescita molto maggiore dei nostri. Esso presenta, oramai, al netto delle illusioni statistiche, un saldo attivo complessivo. Infatti nel 2011 le esportazioni, calcolate con dati Fob, cioè al netto dei costi di trasporto e di assicurazione sono state 376 miliardi, mentre le importazioni , calcolate al valore in dogana, con dati Cif, ossia al lordo di costi di trasporto e assicurazione sono state 400. Il deficit che si ottiene, di 24 miliardi, è solo apparente. Depurati i dati dell’import dai costi di trasporto e assicurazione, circa il 7% vi è ancora un attivo sia pure modesto. Esso è molto rilevante nel bilancio al netto del settore energia. Infatti qui noi abbiamo, anche con i dati Cif, un saldo positivo di 37 miliardi, mentre il bilancio dell’energia è negativo per 64. Lo potremo ridurre solo se svilupperemo le energie alternative (idroelettrico, geotermico, biomasse, solare, eolico) con le quali già ora si produce un 20-25% dell’elettricità. Si può arrivare in venti anni al 45%, così come sta pianificando la Germania. Argomento a parte il nucleare, tema complicato su cui però possiamo darci da fare con nostri impianti in Stati vicini, come l’Albania, evitando l’asservimento tecnologico alla Francia. Noi siamo, comunque, esportatori non di risorse naturali, che non abbiamo, ma di prodotti di trasformazione di qualità, E in certi casi anche di beni ad alto contenuto tecnologico, nel settore metalmeccanico (ad esempio robot, motori ad alto rendimento, componentistica dell’auto, avionica), in cui siamo secondi al mondo, subito dopo la Germania (ovviamente calcolando l’export per abitante).

Nel settore agroalimentare siamo secondi al mondo dopo la Francia e in quello della moda (tessile, abbigliamento, accessori pelli e cuoio e arredamento) siamo i primi. Anche nella chimica abbiamo buone posizioni. I dati dell’export verso i Paesi extra Ue mostrano che la tendenza, che si stava manifestando nell’ultimo trimestre del 2011 al pareggio fra dati Fob delle esportazioni e Cif delle importazioni (che per le ragioni appena spiegate implica un avanzo) sta continuando.

Lo si vede, in particolare, dai risultati molto buoni degli scambi con l’estero con i paesi extra Unione Europea del primo trimestre e soprattutto negli ultimi disponibili del marzo in cui si registra un aumento delle esportazioni del 12,3 % sul marzo del 2011, che riguarda tutti i principali comparti. Invece sono in flessione del 10,2 le importazioni, con percentuali significative in tutti settori, salvo l’energia in cui vi è un incremento dell’8,5% dovuto al rincaro del petrolio. Mentre nel marzo del 2011 vi era, con i Paesi extra Unione Europea, un passivo di 3 miliardi, quest’anno c’è un attivo di mezzo miliardo. Anche con i Paesi europei, nonostante le difficoltà attuali dell’economia, le nostre esportazioni sono in aumento tendenziale. In febbraio (per quest’area i dati statistici sono in ritardo, mancando i riferimenti alle dogane esterne) le esportazioni erano in aumento del 4,5% sul febbraio 2011, mentre per l’area extra Ue l’aumento era l’11% e quello medio era il 7 per cento.

Dunque il modo per battere la crisi, dovuta al calo della domanda interna è quello di puntare sull’estero e specialmente sull’area extra Ue. Tutto ciò rende sempre più necessarie strutture e informazioni adatte. Sino ad ora l’espansione avviene soprattutto verso i Paesi produttori di petrolio, Centro e Sud America, Usa e Giappone. Invece è ancora inadeguato il commercio con la Cina e gli stati emergenti dell’Asia, forse anche perch´ le nostre agenzie per il commercio estero sono poco efficienti. E nelle politiche pubbliche pro crescita occorre puntare molto di più sul commercio estero, settore le cui potenzialità di mercato sono ben più favorevoli di quelle dell’economia domestica. E il nostro successo lo sta dimostrando.

Fonte: Il Giornale