Di Massimo Mario Augello- Da Il Sole 24 Ore

Il Politecnico di Milano non potrà tenere tutti i corsi delle sue lauree magistrali in lingua inglese. Lo ha deciso il Tar della Lombardia, con una sentenza che fornisce lo spunto per una riflessione più ampia sul processo di internazionalizzazione degli atenei italiani.
A chi si è opposto al progetto del Politecnico, temendo per la sopravvivenza della lingua italiana, il ministro Maria Chiara Carrozza ha fatto giustamente osservare che la sfida dell’italiano deve essere vinta dalle elementari fino alla formazione universitaria di base, non al termine dei percorsi specialistici.
Tutti devono ormai prendere coscienza del fatto che molte delle attività in cui possono trovare sbocco i nostri laureati sono di per se stesse internazionalizzate e richiedono professionisti in grado di dialogare in inglese con partner di varie aree del mondo. Coloro che escono dal nostro paese, infatti, non sono necessariamente “cervelli in fuga”; più spesso sono giovani che sanno cogliere le occasioni migliori per valorizzare la propria formazione. E dobbiamo essere orgogliosi se le nostre università riescono a preparare ragazzi capaci di affrontare questa competizione globale.
Del resto, nei paesi non anglofoni del Nord Europa molti corsi di laurea sono da tempo in inglese, e ciò non solleva alcuna lamentela su presunte minacce alla cultura locale. Anzi, la ventata di freschezza e di dinamismo che si respira in quelle nazioni deve molto alle decine di migliaia di studenti stranieri che ci vivono.
C’è una ragione più importante per cui i corsi in inglese sono fondamentali: essi servono all’Italia per attrarre menti brillanti dalle aree del mondo nelle quali il sistema universitario è meno in grado di formare studenti a livello avanzato. Indiani e cinesi, iraniani e tunisini, al termine di un lungo percorso di studi, possono trasformare il proprio progetto in spin-off innovative, entrare nei dipartimenti di ricerca delle nostre aziende, o tornare nel loro paese per creare legami tra l’economia locale e quella italiana. Non a caso, gli studi più recenti sull’innovazione indicano che la contaminazione tra diverse culture è uno dei fattori decisivi per generare nuove idee.
Si può semmai sostenere che, se vogliamo far restare i cervelli in Italia, occorre che questi sappiano interagire con il contesto in cui si trovano, attraverso la conoscenza dell’italiano. Nella mia università abbiamo ritenuto strategicamente sbagliato puntare tutto sull’inglese, anche perché in alcune tra le zone più dinamiche al mondo – per esempio, il subcontinente sudamericano o la sponda meridionale del Mediterraneo – è proprio la lingua italiana ad avere una funzione attrattiva.
I nostri atenei dovrebbero, insomma, adottare un pacchetto adeguato di proposte formative per promuovere in modo efficace le loro missioni: fornire agli studenti specializzati gli strumenti per competere in un mercato del lavoro globale, consentire alla ricerca italiana di avere il ruolo che le spetta nel consesso mondiale, favorire l’innovazione e la condivisione dei risultati del lavoro scientifico.
Bene ha fatto il ministro Carrozza a schierarsi dalla parte del Politecnico di Milano in nome di questi valori, perché in gioco c’è anche il principio dell’autonomia responsabile con cui ogni ateneo deve poter perseguire le proprie specifiche vocazioni. Ci aspettiamo ora un impegno concreto per risolvere i problemi che ancora ostacolano il percorso di internazionalizzazione della nostra didattica, attraverso la rimozione di taluni stringenti vincoli normativi e la semplificazione delle lungaggini burocratiche. Anche di questi interventi ha bisogno il nostro sistema universitario, se l’Italia vuole rilanciare il suo ruolo nel panorama internazionale dell’alta formazione.
Rettore dell’Università di Pisa