Di Massimo Franco – Da Il Corriere della Sera

Roma, 5 ago. 2013: La possibilità che si consumi una rottura prima di lunedì prossimo non è tuttora da escludere. Sembra che i partiti non si rendano conto dell’impatto che questo epilogo avrebbe a livello internazionale, oltre che interno. Oggi e domani il presidente del Consiglio, Enrico Letta, è a San Pietroburgo insieme col ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, per la riunione del G20.

Il premier è arrivato inseguito da voci di crisi di governo. Ebbene, c’è da chiedersi dove finirebbe la credibilità dell’Italia se quell’ipotesi sciagurata prendesse corpo. Di qui a lunedì o si raggiungerà un compromesso sulla decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare, della quale il Senato comincerà a discutere quel giorno; o, ripete il Pdl, i suoi ministri si dimetteranno, sostenendo che il Pd si prepara a un «voto politico pregiudiziale» contro il Cavaliere.
In teoria, margini per ricucire ce ne sarebbero ancora; e soprattutto, sotto traccia continua il tentativo di persuadere tutti non a una maggiore prudenza, ma semplicemente al senso di responsabilità. Tuttavia, le voci ufficiali trasmettono parole di scontro irriducibile. L’invito a sfruttare ogni accenno di dialogo, come quello del Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri, rischia di essere sovrastato da un nugolo di ultimatum fra le due maggiori forze della maggioranza anomala di Letta. E come dose supplementare di veleni è arrivata una lettera minatoria al presidente della commissione Giustizia del Senato, il berlusconiano Francesco Nitto Palma. Il centrodestra appare combattuto fra la voglia di forzare la mano alla giunta delle elezioni, e il timore di creare una situazione peggiore dell’attuale.
Per questo, non si parla più della riunione del Pdl che doveva portare alle dimissioni dei ministri: un timido segnale di attesa, se non di ripensamento. La quasi certezza è che in caso di crisi, non si andrebbe subito alle elezioni, perché il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, cercherebbe comunque di far nascere un nuovo governo. In questo caso si delineerebbe una maggioranza con dentro il Sel di Nichi Vendola e magari qualche transfuga del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo: una coalizione spostata a sinistra e molto più ostile a Berlusconi. Vendola già mette un mezzo veto sulla permanenza di Enrico Letta a Palazzo Chigi. Dopo la cancellazione dell’Imu, sostiene, quello del premier sarebbe «il governo Letta-Berlusconi».
È un atteggiamento strumentale e insieme indicativo. Come minimo, lascia intravedere le incognite sulla possibilità di formare una maggioranza alternativa, con un Pd in piena sindrome congressuale. Ma, giochi pericolosi a parte, l’aspetto più sottovalutato è quello delle conseguenze internazionali di un eventuale collasso del governo. Sarebbe la certificazione dell’instabilità italiana, inspiegabile dentro e ancora di più fuori dai nostri confini. Non sarebbe facile giustificare un suicidio politico collettivo, in coda a una Seconda Repubblica berlusconiana prigioniera di vecchi riflessi, incapace di guardare al futuro ma in grado di produrre danni al Paese.
I contatti degli ultimi giorni fra il governo e alcuni interlocutori europei fanno registrare una profonda inquietudine. Il timore fondato è che l’Italia sia risospinta in una situazione simile a quella di fine estate del 2011: un periodo concluso con la formazione del governo di Mario Monti e dei suoi «tecnici» perché il centrodestra continuava a sottovalutare una crisi finanziaria galoppante. Per paradosso, però, le prospettive di oggi sono peggiori di allora. L’Italia è schiacciata dai dati dell’Ocse che la danno in recessione, unica fra le economie occidentali; e proprio mentre il resto delle economie avanzate sta faticosamente uscendo dall’occhio del ciclone. Una crisi di governo accrediterebbe un’instabilità politica irrecuperabile. E farebbe crescere in alcune nazioni dell’Ue la tentazione di abbandonare il Paese.