Di Marcello Sorgi – Da La Stampa

Roma, 30 gen. 2014: Non è soltanto una buona notizia l’accordo sulla riforma elettorale siglato ieri sera da Renzi, Berlusconi e Alfano, dopo lunghi giorni di trattativa. Se solo si riflette che da anni ogni tentativo di por fine alla stagione del Porcellum si era infranto contro la gelosa difesa degli interessi di parte, occorre riconoscere che ha qualcosa di incredibile. Messa alle strette dalla sentenza della Corte costituzionale, che, oltre a cancellare la vecchia legge, aveva esplicitamente sottolineato l’incapacità del Parlamento di produrne una nuova, la politica, in modo del tutto inatteso, ha dato un colpo di reni.

Naturalmente tutto è perfettibile: il sistema scelto non sarà certo il massimo, ma contiene indubbi elementi innovativi e cancella le principali storture contenute nel Porcellum. Le novità, coerenti con le indicazioni della Consulta, sono la soglia da raggiungere (37 per cento) per ottenere il premio di maggioranza, e quelle di sbarramento (4,5, 8 o 12 per cento, secondo che un partito si presenti alleato con una delle due formazioni maggiori, o da solo, o cerchi di formare una coalizione con le forze minori); l’introduzione del secondo turno elettorale, in ballottaggio tra primo e secondo qualificato; la possibilità per i partiti a forte radicamento locale, ma non nazionale, come la Lega, di entrare in Parlamento se la loro consistenza elettorale è forte in almeno tre regioni, e per i leader di presentarsi in più circoscrizioni. Se ne ricava che l’impianto bipolare è stato mantenuto, la tagliola per i partiti minori pure, ma il confronto finale avverrà tra due coalizioni, e non tra due partiti come accade in gran parte d’Europa.

Renzi è il leader che può esprimere maggior soddisfazione: in un mese e mezzo dalle primarie ha puntato sulla riforma, s’è spinto, malgrado le contestazioni interne del Pd, a trattare con Berlusconi, invitandolo nella sede del suo partito, ha saputo gestire anche la fase difficile dell’avvio parlamentare, ritrovando in breve l’appoggio del premier Letta e l’intesa con il vicepremier Alfano.

Anche Berlusconi, a soli quaranta giorni dalla decadenza da senatore, dopo la sentenza della Cassazione che lo aveva messo in un angolo, incassa una completa rilegittimazione politica, e ritrova il ruolo di leader del centrodestra grazie al meccanismo salva-Lega che è riuscito a ottenere nella fase finale della trattativa.

Quanto ad Alfano, ha ottenuto quel che voleva: è riuscito a cancellare il «modello spagnolo», che avrebbe lasciato spazio a una gara tra due soli partiti, cancellando o quasi tutti gli altri, ha dovuto rinunciare alle preferenze, ma ha avuto in cambio un abbassamento della soglia di sbarramento dal 5 al 4,5 per cento, strategico per un partito come il suo, nato da pochi mesi e in fase di radicamento sul territorio.

L’iter parlamentare della nuova legge, malgrado l’accordo, resta difficile, a causa dell’ostruzionismo annunciato dal Movimento 5 stelle e della virulenta campagna contro Napolitano, attaccato proprio per il suo impegno a favore delle riforme. Teoricamente, se oggi il testo andrà in aula, la Camera potrebbe licenziarlo entro la fine di febbraio. Un altro ragionevole mese (ma forse anche meno) per ottenere anche il «sì» del Senato, e a marzo si potrebbe arrivare all’approvazione definitiva. A quel punto si apriranno due problemi, uno istituzionale e uno politico.

Quello istituzionale riguarda il destino delle altre riforme – la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie, composta da rappresentanti delle Regioni scelti all’interno dei consigli regionali, e la riscrittura del Titolo V, che regola i rapporti tra lo Stato e amministrazioni regionali – che rientrano a tutti gli effetti nello stesso accordo sulla legge elettorale. Ce la farà il Parlamento a portarle a casa, malgrado la prevedibile opposizione dei senatori alla propria, annunciata, cancellazione? Nel nuovo clima, va detto, tutto è possibile. Il pessimismo che fino a dicembre aveva accompagnato l’incedere del processo riformatore è stato superato con l’irruzione sulla scena politica di Renzi e del suo movimentismo. A Capodanno il Presidente della Repubblica, spronando all’approvazione della legge elettorale, aveva lasciato intendere che si sarebbe accontentato di un «avvio» delle riforme istituzionali, come se avesse preso atto della difficoltà di approvarle nell’attuale, traballante, legislatura. Ma oggi il leader del Pd si spinge a promettere a Napolitano che anche quelle potrebbero essere realizzate nel giro di un anno; e portarle avanti è interesse di tutti i contraenti dell’accordo.

Il problema politico nasce di qui. Letta, grazie all’accelerazione sulla legge elettorale, potrà ottenere presto il rafforzamento del suo governo e la conclusione di un nuovo patto che duri oltre il 2014 e la conclusione della presidenza italiana del semestre europeo. E tuttavia la «maggioranza istituzionale», inaugurata dopo l’incontro tra Renzi e Berlusconi, ha dimostrato di funzionare meglio di quella più ristretta che ha sostenuto l’esecutivo dopo il passaggio di Forza Italia all’opposizione. Non è ipotizzabile, certo, che dopo averlo rilegittimato gioco forza sulla legge elettorale, Renzi possa pensare di restaurare le larghe intese, aprendo la strada a un ritorno del partito del Cavaliere al governo. Ma proprio per questo, non è sicuro che Berlusconi si accontenti per un altr’anno di fare solo il padre costituente.