Di Giuliano Noci – Da Il Sole 24 Ore

Sono ormai in molti a “gufare” sulla Cina; molti analisti hanno interpretato i recenti dati sull’andamento dell’export cinese come il segnale negativo di un rallentamento strutturale, non gradito alla nuova leadership cinese.Ma siamo più che altro noi occidentali a rimarcare questa situazione – forse con malcelato senso di compiacimento rispetto ai mali di casa nostra – mentre Xi Jinping e Li Keqiang sono di ben altro avviso. Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nella selva di numeri che ci vengono propinati. Del resto, se anche la crescita si attestasse quest’anno intorno al 7% non sarebbe poi così male per la seconda economia del mondo, considerato che l’Europa galleggerà anche quest’anno nella non crescita. Occorre, in secondo luogo, rendersi conto che il motore cinese deve introdurre una nuova benzina per continuare a camminare sia dal punto di vista economico che identitario. Avremo, in particolare, a che fare con la crescita di un sistema industriale maggiormente orientato alla qualità, che si accompagna con il soft power della cultura e dell’immaginario (il moltiplicarsi – 1.780! – degli Istituti di Confucio e la diffusione della CCTV in lingua inglese e araba); la Cina punta sul talento e sul merito – nascono università cinesi fuori dai confini nazionali: a Londra partono i corsi dell’Imperial College con l’Università dello Zhejiang; incoraggia l’apertura di centri di ricerca, fuori dai confini.
Sul fronte identitario, la Cina si è resa conto che non può più essere workshop a basso costo del mondo. Deve quindi affrontare il nuovo gestendo la dicotomia tra continuità e cambiamento (non può permettersi una discontinuità troppo forte). Alcuni investimenti diretti esteri (in Africa e in Asia) si spiegano nella logica della continuità (basso costo); altri, in chiave di acquisizione di know how/innovazione (Usa, Ue) affermano invece il nuovo posizionamento, la nuova Cina: che non solo esporta ma crea posti di lavoro e rimpingua, attraverso le tasse pagate, le casse degli Stati ospitanti.
Insomma, non possiamo ostinarci a guardare alla Cina con gli stereotipi del passato; la nuova leadership ha appena intrapreso un percorso di cambiamento – sicuramente non agevole – e siamo all’inizio di una transizione: inevitabile che i numeri testimonino un rallentamento. Che cosa peraltro ci si potrebbe aspettare in termini di export da un Paese che ha negli Usa e nell’Europa, entrambi in oggettiva difficoltà, i due principali mercati di sbocco?
Anche entrando nel dettaglio delle ultime statistiche, la situazione appare tutt’altro che preoccupante. Ricordiamo che tutto questo si verifica in una situazione in cui: il renminbi continua a rivalutarsi (circa +2% da inizio anno) e il Politburo ha stretto la cinghia in merito ai meccanismi di falsa fatturazione, che in qualche modo avevano drogato i dati della bilancia commerciale.
Comunque sia la nuova Cina, che sta ricercando il nuovo sogno attraverso un percorso di rifocalizzazione e riforma, non ha più bisogno della crescita di una volta.