di Giuliano FerraraIl Foglio del 19.08.2012

La vecchia Vienna una volta era nuova, come reca la brutta notizia annunciata da Karl Kraus agli esteti, e la brutta notizia per il cretino ambientale è che gli oceani sono a posto. Lo scrive la rivista Nature, prestigiosa tribuna scientifica. Lo stabilisce un nuovo sistema di rilevazione, l’Ocean Health Index, elaborato secondo un nuovo paradigma che incrocia le notizie e le valuta: lo stato di salute del mare nel mondo prende 60 voti su cento. Promosso, dopo tanti sacrifici fatti per infangarlo. La faccenda dunque funziona, come ho sempre sospettato e scritto. Quando rileveranno i cieli con nuovi paradigmi, per vedere se abbia ragione il principe Carlo o chiunque altro si vergogni di volare in aereo perché le scorregge di kerosene deturperebbero la volta celeste, ci accorgeremo che anche il cielo non se la passa poi così male.

Inquinamento, fine della diversità biologica, estinzione progressiva del pesce, innalzamento delle acque, danneggiamento degli atolli: tutte balle, così come sono state espresse, o comunque parzialità da ridimensionare con ottimismo. E’ una media, certo, e l’Africa occidentale non se la passa bene, ma il Mediterraneo e in particolare l’Italia se la passano benissimo, il mare va alla grande con tutta la sua natura incontaminata (piace questo aggettivo?), mentre le coste territoriali fanno schifo, e questo lo sappiamo. La buona nuova arriva dalla California tecnologica, luogo in cui si dicono un sacco di frescacce ma che detiene certi primati in merito alla ricognizione sensata della realtà, luogo in cui si sa che gli standard della ricerca possono variare e, quando non siano truccati per la gola, possono anche dare risultati che dispiacciono ai profeti di sventura e agli apocalittici parecchio integrati nel sistema e nel business dell’effetto serra e altre bellurie.

Se le acque sono biodiversificate e limpide, diagnosi che riguarda il nostro mare italiano, bisognerà ancora una volta, mare e cielo, tornare a riflettere sull’ordine di grandezza della natura e sulla virtuale impossibilità che un secolo di industrializzazione possa portare alla deturpazione dell’ambiente profondo della terra per cause antropiche. Anzi, dicono i ricercatori che hanno pubblicato questi dati su Nature, l’uomo è considerato parte della soluzione, non il problema. E così è servito l’Ambientalista Collettivo che come il Giornalista Collettivo e lo Scienziato Collettivo si nutre e ci nutre di certezze apodittiche destinate regolarmente a una fine grottesca. Cerchiamo di essere seri, di non gettare la plastica a mare, di depurare finché sia possibile lo spurgo dell’umanità operosa e come sempre un po’ felice e un po’ infelice, e piantiamola con la sconcezza conformista delle “verità di scomodo” di cui in nome dell’idolo della scienza di tanto in tanto ci facciamo belli, anzi brutti. Buon bagno a vacanze quasi concluse, per chi le ha fatte.

Fonte: Il Foglio