Rocca

Di Giangiacomo Schiavi – Da Il Corriere della Sera

Rispetto alla media nazionale l’export cresce del 3 per cento, la disoccupazione è cinque punti in meno, il settore manifatturiero torna a un segno positivo.

Consapevole di essere sull’orlo del burrone ma sicuro di aver trovato un punto fermo dal quale è possibile risalire, il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca tira una riga sulla parola «smarrimento» e punta l’evidenziatore sulla voce «fiducia». Fiducia nell’impresa, nell’Expo, nella leva dei giovani, nella green economy, nel mondo digitale e nel volontariato, nel secondo welfare, nella ricerca, nelle università e nell’eccellenza sanitaria. Fiducia in un futuro che per molti è ancora nero e increspato dalla crisi, ma che da Milano e dalla Lombardia appare diverso, possibile, meno buio del previsto. Lo dicono le cifre, l’export che cresce del 3 per cento rispetto al dato nazionale, la disoccupazione che è 5 punti in meno di quella del Paese, il settore manifatturiero che segna un più 0,7 di fronte al meno 7,1 italiano e infine il Pil, che si attesta cinque punti sopra il dato nazionale. Milano, dice Rocca, è al centro del mondo e mostra segnali chiari: ce la faremo.

La relazione del presidente che un anno fa si era preso l’impegnativo compito da far volare Milano con idee e progetti per valorizzare impresa e territorio, spinge la città al ruolo di lampadiere, guida luminosa in un percorso accidentato di crescita e sviluppo che si gioca sul piano locale e globale e non può fare a meno dell’innovazione che definisce ogni livello di competitività. La ripresa e il rilancio di Milano alla vigilia dell’Expo, un evento che rafforza il potere attrattivo dell’area lombarda, dove in sessanta chilometri quadrati si racchiude il 25 per cento della produzione industriale del Paese, è un punto di partenza che si augurano in tanti. È qui che si può acchiappare la ripresa perché ci sono tutte le condizioni per farlo, c’è il capitale economico, quello umano e sociale, c’è quel che resta di una passione civile che un tempo animava i circoli e le associazioni culturali e c’è soprattutto una storia alle spalle, un’etica del lavoro che si ritrova nell’appello di Rocca, che invita a reagire all’idea del declino, a volare alto e non rasoterra.

Bisognerebbe che di questa consapevolezza Milano facesse tesoro, ogni tanto, si accorgesse che le varie esortazioni che arrivano e la invitano a riprendersi un ruolo nel Paese, a ritrovare un’anima, non fossero viste come vuota retorica, appelli destinati a riempire le pagine dei giornali. Rocca non lo dice apertamente, ma il riferimento è al pensiero strategico che manca, a una visione almeno decennale del futuro, non inchiodato allo stretto presente, a guardare più in là e farsi carico delle aspettative create dai sei mesi di Expo. C’è un dopo da immaginare e costruire in cui l’impresa può fare attivamente la sua parte, c’è il vuoto da riempire della città metropolitana e c’è una Silcon Valley da creare sui terreni dell’esposizione universale.

Ha senso in quell’area immaginare uno stadio e al tempo stesso pensare di far volare Milano? No, che non ha senso, perché se c’è un campo da football non ci sono le aziende e se non ci sono le aziende non c’è innovazione. È più interessante per Assolombarda l’idea del parco tecnologico, del polo della ricerca, del riferimento per le imprese e le università che trovano qui il luogo ideale per il decollo verso i nuovi mercati. Abbiamo atenei d’eccellenza che scalano le classifiche internazionali, ma i brevetti nel Paese sono pochi, il trasferimento tecnologico è troppo lento. Bisogna difendersi da uno Stato inefficiente e contribuire attivamente a riformarlo, facendo bene la propria parte ed evitando, come è accaduto con Expo, le cadute e le ricadute nel sistema corrotto degli appalti. Bisogna poi evitare, secondo Rocca, la trappola dell’autonomia sfiduciante, «perché le centralizzazioni sono un rimedio peggiore del male e rischiano di produrre gli stessi errori del passato».

Milano startup town, dunque? Il motore è acceso: alla politica il compito di accelerare o frenare la corsa. Dietro la fiducia innescata dal discorso di un presidente che ama le visioni di lungo periodo c’è un’altra volta un’occasione da non perdere per la città, per la Lombardia e per il Paese. Non siamo condannati al declino, ma molto, adesso, dipende da noi.