Un bel film-antidoto alla scuola delle fobie politicamente corrette

Il Foglio del 12.09.2012

La scuola è uno dei territori che più risultano colpiti dalla piaga universalmente nota come “complicazione degli affari semplici”. Grazie alla quale, per esempio, un bambino refrattario all’aritmetica (capita, è sempre capitato, sempre capiterà) diventa ipso facto un malato di “discalculia”, da affidare alle amorevoli cure di psicologi, logopedisti e psichiatri. Roba da risolvere non in classe ma alla Asl, con le prescrizioni del medico di base. E allora, non solo perché è bellissimo e recitato alla grande, ma anche per la capacità di rappresentare il tragico e il ridicolo di una scuola ostaggio di una visione dell’infanzia (questa sì) fobica e malata, correte a vedere “Monsieur Lazhar”, film del regista canadese francofono Philippe Falardeau, tratto da una pièce di Evelyne de la Chenelière. Presentato nel 2011 al Festival di Locarno, candidato all’Oscar per il miglior film stranierio nel 2012 e finalmente arrivato da qualche settimana – meglio tardi che mai – nelle sale italiane.

“Monsieur Lazhar”, come scrive la critica fogliante Mariarosa Mancuso, “parla di immigrazione, di scontri ideologici, di radici, di esilio, di società multiculturale, di clandestini e di insegnanti precari senza farsi prendere dalla retorica”, cosa già abbastanza miracolosa. Così come lo è l’assenza della “scena madre che qualunque altro regista avrebbe preparato per la rivelazione, chiedendo all’autore della colonna sonora un brano etnico e funeralizio”. Non solo. Il signor Bachir Lazhar, cinquantacinquenne algerino che arriva dal nulla in una scuola di Montréal, proponendosi come supplente per una classe di undicenni la cui maestra si è impiccata in aula, ci sembra semplicemente il maestro che tutti vorremmo per i nostri figli. Di fronte a un mondo di psicologhe petulanti, di genitori preoccupati o distratti o arroganti, di maestre nel panico di fronte al trauma dei bambini (due dei piccoli hanno intravisto il cadavere della maestra, tutti sono scossi e spaventati), di fronte a tutto questo, quell’uomo gentile e un po’ misterioso usa il buon senso. Nel frattempo, spiega agli alunni gli aggettivi possessivi (“ma non si chiamano più così”, precisa la prima della classe), sceglie per il dettato (“ma noi non abbiamo mai fatto un dettato”, lo avverte un altro allievo) una pagina della “Pelle di zigrino” di Balzac (“le suggerirei di semplificare un po’ i dettati”, si raccomanderà naturalmente la direttrice didattica). A ogni passo, il signor Lazhar sembra inciampare in un problema, in una gaffe, in un’incomprensione. Ma ha sempre ragione lui. Ha ragione quando dà uno scappellotto al ragazzino incontenibile che così, finalmente, si contiene; ha ragione quando, appena arrivato, per prima cosa fa risistemare i banchi in tre file ordinate e non più nella disposizione circolare che deve alludere a chissà quale repubblica egualitaria; ha ragione quando dice serenamente al ragazzino arabo, che gli ha rivolto la parola in arabo, che “in classe parliamo tutti in francese”; ha ragione quando si meraviglia al racconto di come, da una gita, tutti i ragazzini di una classe fossero tornati con le spalle ustionate. Agli insegnanti è fatto divieto di toccarli, niente crema antisolare sulla schiena: il codice di comportamento che dovrebbe tutelare maestri e alunni da ogni sospetto di pedofilia o di contatti impropri può trasformare una carezza innocente, o il bacio sulla guancia di un bambino, in un delitto innominabile (fobie diffuse non solo in Québec, come è noto).

Monsieur Bachir Lazhar è dunque il maestro ideale, capace di arrivare dove l’armamentario del politicamente corretto non serve a nulla e, anzi, aggrava conflitti e sensi di colpa. La sua forza è quella di un dolore personale e nascosto, che gli fa capire come affrontare la sofferenza inespressa dei ragazzini (i quali, comunque, alla fine sapranno anche come usare l’apostrofo e l’accento). Noi, invece, monsieur Lazhar lo vorremmo all’Istruzione.

Fonte: Il Foglio