di Luca VinciguerraIl Sole 24 Ore del 09.05.2012

Chi ha avuto fiuto, coraggio e dimensioni per cavalcare la tigre se ne rallegra. Chi ha esitato se ne dispiace e maledice la globalizzazione. Piaccia o non piaccia, oggi la Cina è una realtà con cui gli italiani devono fare i conti. La stragrande maggioranza degli oggetti che ci circonda è in parte o interamente made in China. Questo trend, fortunatamente, ha un suo rovescio della medaglia: anche i cinesi, grazie alla globalizzazione, in questi anni hanno acquistato una quantità sempre più elevata di prodotti made in Italy.

«La Cina è diventata il terzo partner commerciale dell’Italia, dopo Germania e Francia, ma prima di Spagna e Stati Uniti» rivela un rapporto appena realizzato dell’Ufficio Ice di Shanghai che analizza l’evoluzione dei flussi commerciali cinesi dal 2002, data d’ingresso di Pechino nella Wto, a oggi.
Dieci anni fa, l’interscambio complessivo italo-cinese ammontava a 9,1 miliardi di dollari: 4,8 miliardi di esportazioni italiane verso Pechino, e 4,3 miliardi di acquisti cinesi di made in Italy.

Oggi i numeri sono assai diversi e, soprattutto, è assai diversa la scomposizione dei flussi commerciali tra i due paesi. Nel 2011, a fronte di un interscambio record di 51,3 miliardi di dollari, le esportazioni cinesi verso l’Italia hanno raggiunto quota 33,7 miliardi, mentre le vendite tricolori la Grande Muraglia sono state pari a 17,6 miliardi.

Insomma, nell’arco di dieci anni, l’export cinese verso l’Italia è cresciuto di 8 volte, mentre l’export italiano verso la Cina si è “solo” quadruplicato. «Questo fenomeno è legato all’aumento esponenziale del peso della Cina nel commercio estero mondiale e alla forte diversificazione degli acquisti cinesi per aree geografiche e per Paesi» spiega Maurizio Forte, direttore dell’Ufficio Ice di Shanghai.

Ciononostante, nel decennio che ha consacrato la Cina a nuova superpotenza economica globale, l’Italia ha mantenuto stabile il suo peso percentuale sul totale degli acquisti di Pechino dall’estero. «Con l’eccezione del biennio 2002-2003 – aggiunge Forte – in questi anni la nostra quota di mercato sulle importazioni cinesi ha sempre oscillato tra l’1 e l’1,1%, mentre il totale dell’interscambio tra i due Paesi è rimasto intorno all’1,5% del commercio estero cinese».

Il risultato è che oggi la Cina è diventata il terzo partner commerciale dell’Italia con una quota del 5,1%; dieci anni fa era al decimo posto e il suo peso relativo sul totale dei nostri scambi con l’estero era meno della metà (2,3%). In particolare, la Cina è diventata il settimo acquirente globale del made in Italy (era il tredicesimo nel 2002) arrivando ad assorbire il 2,7% delle nostre esportazioni nel mondo (1,5% dieci anni fa).

Ed ha scalato la terza posizione tra i Paesi fornitori dell’Italia (alle spalle di Germania e Francia) con una quota del 7,3% (dieci anni fa era al nono posto con il 3,2%). Guardando lo stesso numero al contrario, l’Italia è il tredicesimo cliente del Dragone su scala mondiale: l’1,8% delle esportazioni di made in China nel mondo finisce sul nostro mercato.

«Tra il 2002 e il 2011 l’interscambio tra Italia e Cina ha superato quello tra Italia e Stati Uniti e le esportazioni italiane verso la Cina sono diventate il doppio di quelle verso il Brasile e Giappone e quasi il triplo rispetto a quelle verso l’India» sottolinea Vincenzo De Luca, Console Generale a Shanghai, che ha contribuito alla realizzazione dello studio.

A sostenere le nostre esportazioni sono state le eccellenze tipiche del made in Italy. Nei singoli settori merceologici, le quote dell’export italiano in Cina sono rimaste stabili per la meccanica; sono aumentate notevolmente per moda e arredamento; sono scese lievemente per semilavorati industriali e agroalimentare. «Bisogna tener presente che in questi comparti l’Italia è leader, o è fra i leader, per decine di singoli settori e/o di prodotti sia tecnologici che di consumo» avverte Forte.

E il futuro sembra ancora promettente per il made in Italy in Cina. «Nelle aree più ricche del paese, come Shanghai e diverse città delle province del Zhejiang e del Jiangsu, s’inizia ad intravedere nei settori della moda e dell’agroalimentare uno spazio potenzialmente importante non solo per i marchi più rinomati ma anche per prodotti di alta qualità, meno conosciuti internazionalmente, che costituiscono un grande valore per la produzione del nostro Paese» conclude De Luca.

Fonte: Il Sole 24 Ore